lunedì 9 febbraio 2009

Pennette carote e panna, 8 aprile 2003

Partecipai con il seguente racconto a un concorso di Terre di Mezzo.
Il tema comune era la cucina.
Il racconto non venne selezionato per la pubblicazione su libro, ma la ricetta si.
Rimane come una testimonianza.
Buon appetito!



…rnando a casa in bicicletta. Lettere maiuscole delle targhe. Polvere. Vento. 8 aprile. Il mercurio scivola sui gradi. Il movimento, dopo un giorno d’ufficio, è sangue e fiato dentro a muscoli di gesso. Come può fare così freddo ad aprile?!
Mi fermo al bordo della strada. Cerco il cellulare nelle tasche del giubbotto di lana peruviano, dov’è finito? Il giubbotto di lana fa filtrare qualunque cosa. Per un attimo penso di aver perduto il telefono tra i nodi fatti a mano. Lo trovo. Mi scivola di mano. Lo raccolgo. Sospiro.
- Sto arrivando. 15 minuti e sono da te. Ti va la mia pasta con carote e panna? Allora metti su l’acqua e sbucci qualche carota? Poi ci penso io. Ciao.
Spengo la voce. Nascondo il cellulare tra le pieghe del maglione. Respiro. Sulla lingua polvere e sapore di idrocarburi. Le auto sono incolonnate. Ogni giorno ho la facoltà di scegliere. Decido se passare 20 minuti in colonna seduto sul sedile della mia auto oppure in sella alla bicicletta ad allargare i polmoni su questi fumi irrespirabili. Non è mai facile. Come la guerra o la pace preventive.
- Ciao.
Lorelei è seduta sullo sgabello, la coperta di lana sulle gambe, i gomiti appoggiati al tavolino della cucina. Fissa il monitor del Mac portatile. In una mano il mouse, accanto il modem della ADSL. Le carote sono cinque, sbucciate, arancioni. L’acqua bolle da un po’. Si gira a salutarmi, soltanto un attimo.
- Pensavo che saresti arrivato prima.
- Mi sono fermato a parlare con Umberto. Era esaltato. Mi ha raccontato dell’esposizione che ha fatto a Roma. Mi ha detto che vorrebbe coinvolgere i Goolij Niger per…
- Potevi avvisarmi che arrivavi più tardi. Nella pentola c’è tutto il calcare.
Sbuffo.
- Hai ragione, dico. Scivolo nel bagno dopo essermi tolto il giubbotto e le scarpe. Acqua calda sulla faccia. Via lo smog, via lo smog. Un rito voodoo. Sento il freddo strizzarmi le ossa.Via la puzza e lo smog e il freddo.
- Non hai tagliato le carote?
- Non mi hai detto di tagliare le carote.
- Non le metto intere nel sugo?!
- Non va mai bene come taglio le carote. Te le ho pulite, no?
Sbuffo di nuovo. Mi ascolto. Sono stanco perché è solo martedì e il week-end ho lavorato a Piacenza. Sono stanco perché Lorelei è distante. Fredda. Dal primo sguardo.
Mi nascondo, come un cucciolo. Aspetto. Ma mai in silenzio. Abbaio come un cagnetto nervoso e cagoso. Questa volta sono le carote.
Butto nel lavandino l’acqua che c’era sul fuoco. L’acqua di Brugherio è molto dura, per fare le tisane e il the preferiamo usare l’acqua in bottiglia. Riempio di nuovo la pentola, accendo il fuoco più grande e inizio a tagliare le carote.
- Ne ho pulite troppe?
- Forse. Direi che quattro possono bastare.
- Allora questa la mangio io. Così ne devi tagliare una in meno. Sei contento?
Scende dallo sgabello e si avvicina al piano cucina su cui sto tagliando le carote. Un po’ la guardo. Un po’ mi nascondo.
- Fa veramente freddo fuori. Sono congelato.
- Lo so. Anche in casa si muore.
Sgranocchia la carota.
- Ti preparo la pasta più buona che hai mai mangiato, le dico sorridendo.
Sorride e torna a sedersi.
La radio è accesa. Lorelei è grafica. Lavora a casa. Radio Popolare è quasi sempre accesa. Stanno presentando le ultime notizie da Bagdad. Parla un inviato. Hanno sparato contro l’Hotel Palestine, dove risiedono i giornalisti nel centro di Bagdad. L’esercito americano con un cannone o non so cosa ha fatto fuoco.
- Io sono al 9° piano dell’hotel Palestine, nell’ala est. L’attacco è avvenuto sull’ala ovest. La situazione si sta facendo preoccupante per noi perché l’esercito americano sta movendosi da sud e da ovest verso questa direzione. Tra qualche ora potremmo trovarci nell’occhio del ciclone.
- Ci puoi dire cosa sai di quello che è successo oggi? Tu cosa hai visto? Eri presente?
- Ero sul terrazzo del 15° piano. C’erano molti giornalisti di tutto il mondo con me. Stavamo osservando cosa stava succedendo intorno. I bombardamenti e gli attacchi erano numerosi per tutta Bagdad. Le truppe si stanno movendo in questa direzione, come ti ho detto. Gli scoppi sono sempre più vicini e forti. A un certo punto abbiamo sentito un grosso boato alle nostre spalle. Non ho capito subito cosa fosse successo. Poi qualche collega mi ha detto che era stato colpito l’hotel.
Taglio mezza cipolla piccola a pezzettini finissimi.
- Ho pensato che si fosse trattato di un iracheno. Qualcuno arrabbiato alla ricerca di vendetta. Un modo per sfogare la rabbia. Poi ci hanno detto che si è trattato dell’esercito americano. Sembra che pensassero che l’hotel fosse pieno di cecchini. Noi non abbiamo sentito spari di cecchini e non abbiamo visto movimenti strani. Ne ho parlato anche con molti colleghi. È una fatto gravissimo.
Prendo il ghee con un cucchiaio e lo metto in una padella a fondo spesso. Accendo il gas a fuoco basso e aspetto che si sciolga.
- Sono stato all’ospedale poco dopo l’esplosione. Ho visto passare su una barella il mio collega spagnolo, senza una gamba. Gli avevano amputato una gamba e trasfuso 6 litri di sangue, praticamente l’ottanta per cento del sangue. L’ho visto morire davanti ai miei occhi. È stato tremendo. Il giornalista ucraino lo conoscevo da tempo. Diceva di voler seguire la guerra da vicino.
Prendo i semi di senape, ne verso un cucchiaino nella pentola quando il ghee si è sciolto. Aggiungo la cipolla. Alzo un po’ il fuoco e faccio soffriggere.
- Sul palazzo dell’hotel c’erano i cameraman, giusto? È possibile che li abbiano scambiati per dei cecchini?
- Non lo so. La situazione è molto grave. Ci devono spiegare perché hanno fatto una cosa del genere. Due colleghi sono morti. Uno è ferito. Se si è trattato di un errore qualcuno dovrà risponderne.
Sollevo la padella dal fuoco e la agito, per muovere il contenuto lontano dal fuoco. Il profumo di cipolla si diffonde per il monolocale di Lorelei. I semi di senape iniziano a scoppiettare.
- Perché non stacchi dal computer per un po’? Ti rilassi un attimo prima di mangiare? Almeno non ti sembrerà di mangiare col Mac!
- Come faccio sempre, mi dice a bassa voce.
- Non impari mai, le dico, e mi rendo conto di essere noioso.
- Adesso mi fermo, dice.
Appoggio la padella sul fuoco medio esterno, mi volto per prendere le carote e la padella scivola dal fuoco e cade per terra.
- Merda! Prima o poi doveva succedere! Su questi fuochi scivola tutto.
- A me non è mai successo, mi dice Lorelei. Mi guarda con un viso strano. Pensavo che per una cosa del genere mi avrebbe coperto di insulti. Cipolla, ghee e senape sparse per tutto il pavimento. Invece non si muove. E la sua voce è quasi calma.
- Cazzo, adesso devo ricominciare da capo! e vado in bagno a prendere uno straccio del pavimento. Penso a Lorelei che non si muove. Io ti darei subito una mano, penso. No, lei sta lì e non si muove. Torno alla cucina con lo straccio bagnato, raccolgo i cadaveri. Sento le lacrime agli occhi. Raccolgo e passo. Torno in bagno. Sciacquo. In cucina. Raccolgo e passo. Mi sembra che l’unto non vada più via.
- Finisco io con lo straccio. Tu torna a cucinare, se no stasera non mangiamo più.
In cuor mio la ringrazio. Meglio tardi che… Salto il pavimento unto e ricomincio.
Un cucchiaio di ghee, un cucchiaino di semi di senape, mezza cipolla piccola ben tritata. Faccio soffriggere, aspetto che la senape scoppietti ed aggiungo le carote tagliate a piccoli pezzi. Verso un quarto di bicchiere di acqua fresca, alzo il fuoco e copro con un coperchio. Nel frattempo l’acqua inizia a bollire. Butto il sale e le pennette. Rimane l’alone sul pavimento.
- Mi spiace Lorelei, le dico.
Cerco il suo sguardo. I suoi occhi grandi e scuri. Non li trovo. Osservo la sua bocca, la piega intorno alle labbra, come disegnata. Raggiunge il letto giapponese nel lato opposto della stanza rispetto alla cucina, movendosi con le sue spalle rigide, a passi piccoli, rapidi. Pinguino. Legge una rivista di arredamento.
- Guarda! mi dice, parlano anche qui della cucina ayurvedica.
- Deve essere di moda.
- Già, ma noi siamo arrivati prima.
Sorride. E legge pagine color curcuma, color curry, color coriandolo.
Quando le carote iniziano ad ammorbidirsi, aggiungo un pizzico di sale, pepe nero in abbondanza, una grattatina di coriandolo e di noce moscata. Abbasso il fuoco al minimo e copro di nuovo per alcuni minuti. Quando è quasi pronto aggiungo la panna da cucina. Mescolo, spengo il gas e lascio riposare. Le pennette al dente. Scolo.
La guerra è in televisione, nei giornali, nei forum su internet. C’è anche un servizio sms di TIM e WIND. Le ultime notizie come i risultati del campionato di calcio.
- È pronto.
Ci sediamo a mangiare.
- Sono il dio della pasta! esulto per il risultato.
- Sei solo un megalomane! Sembra che sei l’unico che sa cucinare.
- Però è buona, no?
- Sì, è buona.

Leggo un fumetto di Sam Kieth seduto sul letto giapponese con le spalle appoggiate contro il muro bianco e freddo. Lorelei è seduta accanto a me. Sfoglia interni e mobili e complementi d’arredo. Non c’è alcun suono, a parte il fischio affaticato del mio respiro, il mio setto nasale deviato da una pallonata da ragazzino. A parte il rumore della vasca che si riempie al piano di sopra.
- Qualche giorno fa ti ho sentito davvero lontano. Come se non ci fossi più.
- Alzo gli occhi dal fumetto. La guardo. Immagino un punto di domanda grande metà di una vignetta disegnato sopra la mia testa.
- Come?
Lorelei prosegue.
- Tu non c’eri fisicamente. Ero arrabbiata e delusa. Ho pensato, ancora quella storia. Sono sola di nuovo.
- Io non c’ero perché ero arrabbiato con te.
- Sei egoista, mi dice, calcando sull’inizio della parola e facendo scivolare via il finale.

- Fai solo quello che ti fa comodo. E poi esci con quelle cose tipo, l’altra sera ho avuto la certezza di volere un bambino.
- Dovrebbe farti piacere.
- L’hai pensato in astratto. Io non c’entro.
- E con chi dovrei farlo un bambino?
- È la stessa cosa che ti ho chiesto quando me l’hai detto. Tu hai risposto semplicemente, adesso sto con te, lo vorrei da te, no?

- Adesso. E domani?
- Alzo la voce: ma non capisci che sono cambiato? Un tempo solo l’idea di costruire qualcosa con qualcuno mi terrorizzava…
- È quasi mezzanotte, abbassa la voce.
- Dio, quanto mi fai incazzare. Lo dici apposta. Ogni volta. Nonalzarelavoce nonalzarelavoce nonalzarelavoce!
Silenzio. Ci infiliamo nel letto. Io nel lato destro. È lontana. Parla a voce bassa.
- Mi hai anche detto che la musica è la cosa più importante della tua vita. Prima di ogni cosa. Prima di me?! Sei egoista.
Non riesco a capire. Cerco di stare calmo. Non mi calmo.
- Sei proprio stupida. Che delusione. Come puoi mettere sullo stesso piatto della bilancia il mio amore per te e la mia passione per la musica…? Le persone muoiono, i miei moriranno, tu morirai o mi lascerai prima, ma la musica fino all’ultimo giorno in cui respiro sarà sempre con me. Sono due cose diverse, come puoi confrontarle? Se un giorno potrò permettermi di campare con la mia musica potrò suonare sei/otto ore al giorno invece di andare in un ufficio, potrò scrivere con tranquillità, ma non vuol dire che toglierò del tempo a noi…
Interrompo il monologo. Lei non risponde. Forse sta piangendo.
No.
Riprende a parlare. Dice qualcosa che mi fa davvero incazzare. Non riesco a ricordare. Dopo un attimo già non ricordo più. Mi alzo. Vado in bagno per evitare di risponderle male.

Non ho digerito. Ho mangiato troppo. Sono come i cani, finisco tutto quello che ho nel piatto.
- Mi dispiace, le rispondo secco.
Ormai è notte fonda.
Si avvicina e mi abbraccia. Mi irrigidisco per un attimo poi la cerco. L’accarezzo. Cerco il seno. Cerco sempre il suo seno, e poi la pancia. Inizia ad assecondare il movimento delle mie mani con il suo corpo. La mia mano destra scende al pube.
Ci interrompiamo, senza finire. Così come abbiamo iniziato. Senza un motivo.
- Però la mia pasta era buona, no?
Pian piano la allontano dal mio corpo. Non posso dormire con un altro respiro vicino. Mi rigiro sul fianco destro. Respiro profondamente. Osservo il buio dentro di me, cerco la mia notte, il mio sonno, la mia pace. C’è ancora l’eco delle bomb…
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