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giovedì 13 febbraio 2014
I meravigliosi giochi olimpici di Soči
L’opposizione dell’Sgr di Soči ai giochi non è di tipo
politico: è motivata esclusivamente da
quello che vedremo tra poco. La nostra destinazione
è un’importante zona umida che
un tempo ospitava duecento specie di uccelli
migratori e numerose piante rare.
“Questo territorio doveva diventare una
riserva”, spiega Julia. “Avevamo preparato
tutti i documenti. Doveva rientrare nella
convenzione di Ramsar sulle zone umide.
Ma non è stato possibile”.
Lasciamo la strada principale e seguiamo
una ila di enormi ribaltabili arancioni
ino alla Zona costiera dei giochi. Il Fisht e
altri stadi in costruzione emergono dal fango
circondati da strade di ghiaia e da una
foresta di grattacieli destinati a ospitare
atleti, giornalisti e spettatori. Il rumore dei
lavori si sente attraverso i inestrini chiusi
della macchina. Quando arriviamo a quel
che resta della palude, Maria e Julia non dicono
nulla. Non è necessario. Una serie di
piccoli stagni privi di vegetazione segna
l’incrocio tra due strade fangose percorse
da un lusso continuo di camion. Le sponde
sono disseminate di bottiglie di plastica,
calcinacci e cataste di legna. Accanto a un
bagno chimico ci sono due cartelli, uno in
russo e uno in inglese, che definiscono
quella scena apocalittica “Parco ornitologico
naturale della palude di Imeretinskaja”.
“Su tutto il territorio del parco”, dicono i
cartelli, “è vietato svolgere attività che possano
modificare il paesaggio naturale”.
Vietato cacciare, danneggiare i terreni di
riproduzione degli uccelli, raccogliere
piante selvatiche, inquinare l’acqua o danneggiare
“la qualità ambientale, estetica e
ricreativa del parco”.
Dalla palude ci spostiamo verso un
quartiere residenziale afacciato sulla Zona
costiera. Cerchiamo una strada chiamata
Bakinskaja. Un intero isolato di case quasi
tutte ancora occupate è inclinato con una
strana angolazione. Un po’ più giù, la posizione
di due palazzi ricorda quella della
torre di Pisa: sono appoggiati l’uno all’altro
e si sostengono come due ubriachi. Da un
paio d’anni gli abitanti della zona vedono i
camion arrampicarsi pieni in cima alla collina
per scenderne vuoti. Trentamila tonnellate
di detriti olimpici, provenienti quasi
tutti dalla costruzione della ferrovia, sono
initi in una discarica illegale. Un giorno,
dopo un temporale, il ianco della collina è
improvvisamente scivolato, insieme alle
fondamenta delle case. Dieci mesi prima
della nostra visita, il governo ha annunciato
che avrebbe trasferito altrove gli abitanti
della strada. Ma passati i dieci mesi i camion
continuano a scaricare materiale e la
gente è ancora nelle vecchie case. La nostra
ultima meta è un campo di attivisti sulla riva
nord del fiume Kudepsta, sorvegliato
ventiquattr’ore al giorno dai residenti della
zona e da membri della Guardia. Hanno
occupato la postazione nove mesi prima,
quando un’impresa edile ci ha costruito un
ponte temporaneo. Sulla riva opposta doveva
sorgere una centrale elettrica a gas
destinata a fornire elettricità ai giochi. [...]
Per quanto riguarda la
Società geograica di Soči, l’ingiunzione di
Mosca è arrivata all’inizio di marzo, come
preannunciato. Ma un mese dopo, mentre i
manifestanti venivano allontanati dal iume
Kudepsta, è successo qualcosa di sorprendente.
“Può congratularsi con noi”,
diceva un messaggio di Maria e Julia. “Ieri
abbiamo vinto la causa”. Mosca ha deciso
che la sezione di Soči potrà continuare a
esistere. Maria e Julia erano sorprese. E
anch’io. Poi mi sono ricordato una cosa che
Maria mi aveva detto quando ero a Soči.
“Qualunque cosa vogliano farci, aspetteranno
dopo le Olimpiadi, quando nessuno
presterà più attenzione a quello che succede
qui”.
da Internazionale n. 1033
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lunedì 23 dicembre 2013
Amazon - Concorrenza Sleale
Il nostro desiderio insaziabile di prodotti
scontati, consegnati a domicilio in modo
veloce ed efficiente, ha un prezzo. Il problema
è che non abbiamo ancora capito
qual è. Sono le tasse, ovviamente, che finanziano
le strade su cui viaggiano i camion
di Amazon, le scuole dove studiano i
loro dipendenti, gli ospedali dove nascono
i loro figli e dove forse, un giorno, saranno
curati prima di morire. Tasse pagate da tutti
i lavoratori e che l’azienda, come è emerso
nel 2012, tende a eludere. Su un fatturato
di 4,2 miliardi di sterline, nel 2012 Amazon
ha pagato solo 3,2 milioni di imposta sulle
attività produttive. Nel 2006 l’azienda ha
spostato la sede dal Regno Unito al Lussemburgo
e ha riclassificato la sua attività
nel Regno Unito come semplice “evasione
degli ordini”. Nella sede in Lussemburgo
lavorano 380 persone. Nel Regno Unito
circa 21mila. Fate voi i conti.
Secondo Brad Stone, l’elusione iscale è
nel dna dell’azienda. Fin dall’inizio Amazon
è stata “costituzionalmente orientata a
garantire ogni possibile vantaggio ai suoi
clienti ofrendo i più bassi prezzi possibili,
sfruttando tutte le scappatoie iscali conosciute
o creandone di nuove”. Lo sa bene
Mark Constantine, uno dei fondatori della
catena di cosmetici Lush. Constantine non
vuole vendere attraverso Amazon, ma questo
non impedisce all’azienda di Bezos di
sfruttare il marchio di Lush per attirare
clienti sul suo sito e consigliare prodotti
alternativi. “È un modo per intimidire le
aziende e costringerle a usare i loro servizi.
E noi ci siamo rifiutati. Ci siamo rivolti
all’alta corte e li abbiamo denunciati per
violazione del marchio. Abbiamo già speso
mezzo milione di sterline per difendere la
nostra azienda. La maggior parte delle imprese
non può permetterselo. Noi l’abbiamo
fatto per una questione di principio.
Continuano a forzare la mano ma il loro
modello di impresa non è sostenibile. Riescono
ad andare avanti solo perché non
pagano le tasse. Se fossero costretti a seguire
il modello convenzionale sarebbero
in diicoltà”. Conclude Constantine: “La
loro è una forma di capitalismo pirata. Assaltano
i paesi dei loro clienti, portano via i
soldi e li nascondono dove gli conviene.
Non è business in senso tradizionale. È il
ritorno a una forma di capitalismo predatorio
che ci riporta a un secolo fa, quando
abbiamo deciso collettivamente di lasciarcelo
alle spalle”.
da Internazionale 1031, del 20 dicembre 2013
scontati, consegnati a domicilio in modo
veloce ed efficiente, ha un prezzo. Il problema
è che non abbiamo ancora capito
qual è. Sono le tasse, ovviamente, che finanziano
le strade su cui viaggiano i camion
di Amazon, le scuole dove studiano i
loro dipendenti, gli ospedali dove nascono
i loro figli e dove forse, un giorno, saranno
curati prima di morire. Tasse pagate da tutti
i lavoratori e che l’azienda, come è emerso
nel 2012, tende a eludere. Su un fatturato
di 4,2 miliardi di sterline, nel 2012 Amazon
ha pagato solo 3,2 milioni di imposta sulle
attività produttive. Nel 2006 l’azienda ha
spostato la sede dal Regno Unito al Lussemburgo
e ha riclassificato la sua attività
nel Regno Unito come semplice “evasione
degli ordini”. Nella sede in Lussemburgo
lavorano 380 persone. Nel Regno Unito
circa 21mila. Fate voi i conti.
Secondo Brad Stone, l’elusione iscale è
nel dna dell’azienda. Fin dall’inizio Amazon
è stata “costituzionalmente orientata a
garantire ogni possibile vantaggio ai suoi
clienti ofrendo i più bassi prezzi possibili,
sfruttando tutte le scappatoie iscali conosciute
o creandone di nuove”. Lo sa bene
Mark Constantine, uno dei fondatori della
catena di cosmetici Lush. Constantine non
vuole vendere attraverso Amazon, ma questo
non impedisce all’azienda di Bezos di
sfruttare il marchio di Lush per attirare
clienti sul suo sito e consigliare prodotti
alternativi. “È un modo per intimidire le
aziende e costringerle a usare i loro servizi.
E noi ci siamo rifiutati. Ci siamo rivolti
all’alta corte e li abbiamo denunciati per
violazione del marchio. Abbiamo già speso
mezzo milione di sterline per difendere la
nostra azienda. La maggior parte delle imprese
non può permetterselo. Noi l’abbiamo
fatto per una questione di principio.
Continuano a forzare la mano ma il loro
modello di impresa non è sostenibile. Riescono
ad andare avanti solo perché non
pagano le tasse. Se fossero costretti a seguire
il modello convenzionale sarebbero
in diicoltà”. Conclude Constantine: “La
loro è una forma di capitalismo pirata. Assaltano
i paesi dei loro clienti, portano via i
soldi e li nascondono dove gli conviene.
Non è business in senso tradizionale. È il
ritorno a una forma di capitalismo predatorio
che ci riporta a un secolo fa, quando
abbiamo deciso collettivamente di lasciarcelo
alle spalle”.
da Internazionale 1031, del 20 dicembre 2013
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giovedì 17 ottobre 2013
L'errore di Letta su Alitalia
A Roma il protezionismo industriale è tornato di
moda. E non è un bello spettacolo. L’acquisizione
di Telecom Italia, società italiana delle telecomunicazioni
e molto indebitata, da parte della sua
rivale spagnola Telefónica, ha fatto scattare vari
appelli al governo perché bloccasse l’accordo per
motivi di sicurezza nazionale. L’Italia ha bisogno
degli investitori stranieri per mettere ine alla crisi
economica, ma i politici sono troppo occupati
ad avvolgersi nel tricolore per accorgersene.
L’esempio più clamoroso di quest’ondata di
nazionalismo economico è quello di Alitalia, l’ex
compagnia aerea di bandiera. Cinque anni fa stava
per fallire e l’allora presidente del consiglio
Silvio Berlusconi si oppose ferocemente alla sua
acquisizione da parte del gruppo Air France-Klm,
insistendo perché restasse italiana. Preferì venderla
a un gruppo di imprenditori, la maggior parte
dei quali non aveva alcuna esperienza nel settore.
E i pesanti debiti della compagnia furono
scaricati sulle spalle dei contribuenti. Ma l’operazione
non ha rimesso in sesto l’azienda. Alitalia è
di nuovo sull’orlo del fallimento e il governo ha
deciso di fare lo stesso errore del 2008. Poste italiane
fornirà ad Alitalia 75 milioni di euro di capitale.
La logica industriale che si nasconde dietro
questo matrimonio è sconcertante. Non c’è nessuna
sinergia tra una linea aerea e un vettore postale
e, dato che Poste italiane appartiene allo
stato, l’operazione puzza di aiuti di stato mascherati.
Senza contare che l’accordo non porterà
nuove competenze per aiutare Alitalia a decollare.
Una soluzione migliore sarebbe venderla a
una compagnia straniera. Air France-Klm, che
già possiede il 25 per cento di Alitalia, è una scelta
possibile.
Questo rigurgito di nazionalismo economico
getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta, il
quale ha dichiarato più volte di volere attirare in
Italia più capitali stranieri. Ma la strategia scelta
da Roma per Alitalia manda il messaggio opposto.
Dire che il paese è aperto è facile, ma quello
che conta è mantenere la parola quando una
azienda straniera bussa alla porta.
Editoriale del Financial Times, da Internazionel 1022
moda. E non è un bello spettacolo. L’acquisizione
di Telecom Italia, società italiana delle telecomunicazioni
e molto indebitata, da parte della sua
rivale spagnola Telefónica, ha fatto scattare vari
appelli al governo perché bloccasse l’accordo per
motivi di sicurezza nazionale. L’Italia ha bisogno
degli investitori stranieri per mettere ine alla crisi
economica, ma i politici sono troppo occupati
ad avvolgersi nel tricolore per accorgersene.
L’esempio più clamoroso di quest’ondata di
nazionalismo economico è quello di Alitalia, l’ex
compagnia aerea di bandiera. Cinque anni fa stava
per fallire e l’allora presidente del consiglio
Silvio Berlusconi si oppose ferocemente alla sua
acquisizione da parte del gruppo Air France-Klm,
insistendo perché restasse italiana. Preferì venderla
a un gruppo di imprenditori, la maggior parte
dei quali non aveva alcuna esperienza nel settore.
E i pesanti debiti della compagnia furono
scaricati sulle spalle dei contribuenti. Ma l’operazione
non ha rimesso in sesto l’azienda. Alitalia è
di nuovo sull’orlo del fallimento e il governo ha
deciso di fare lo stesso errore del 2008. Poste italiane
fornirà ad Alitalia 75 milioni di euro di capitale.
La logica industriale che si nasconde dietro
questo matrimonio è sconcertante. Non c’è nessuna
sinergia tra una linea aerea e un vettore postale
e, dato che Poste italiane appartiene allo
stato, l’operazione puzza di aiuti di stato mascherati.
Senza contare che l’accordo non porterà
nuove competenze per aiutare Alitalia a decollare.
Una soluzione migliore sarebbe venderla a
una compagnia straniera. Air France-Klm, che
già possiede il 25 per cento di Alitalia, è una scelta
possibile.
Questo rigurgito di nazionalismo economico
getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta, il
quale ha dichiarato più volte di volere attirare in
Italia più capitali stranieri. Ma la strategia scelta
da Roma per Alitalia manda il messaggio opposto.
Dire che il paese è aperto è facile, ma quello
che conta è mantenere la parola quando una
azienda straniera bussa alla porta.
Editoriale del Financial Times, da Internazionel 1022
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venerdì 6 settembre 2013
Futuro interrotto
L’India è una potenza globale
emergente e cavalca l’onda del bonus demografico.
O almeno così piace credere
agli indiani. In realtà, la chiave del futuro
successo indiano – la grande quantità di
giovani – è una bomba a orologeria. È una
massa crescente di ragazzi per lo più denutriti,
poco istruiti, non idonei al lavoro, che
aspirano a una vita migliore ma non hanno
i mezzi per ottenerla. Perché? Perché non
sono qualiicati per il mercato del lavoro e,
anche se lo sono, l’impiego non c’è.
La forza lavoro indiana (la popolazione
tra i 15 e i 64 anni) è costituita da 430 milioni
di persone. Di queste, solo una minima
parte ha ricevuto una vera formazione professionale.
Il settore formale, dove si concentrano
le aspirazioni, il denaro e la crescita
economica, impiega solo 30 milioni di
persone. Questo signiica che gli altri 400
milioni si muovono nel settore informale,
cioè si arrangiano. Inoltre, il 60 per cento
della popolazione attiva è occupato nel settore
agricolo, che contribuisce al pil solo
per il 18 per cento. Secondo Amitabh Kundu,
che insegna economia dello sviluppo
all’Università Jawaharlal Nehru di New
Delhi, anche se nei prossimi vent’anni si
aggiungeranno altri 480 milioni di persone
alla forza lavoro già esistente, per trasformare
questo bonus demograico in un vantaggio
economico e sociale sarà essenziale
la formazione professionale. “I giovani sono
delusi dal sistema di governo e non perdono
occasione per dimostrarlo. I movi-
menti anticorruzione guidati da Baba Ramdev,
Anna Hazare e perino le proteste di
New Delhi contro gli stupri sono il rilesso
della loro frustrazione”, spiega Kundu.
“Questa insoddisfazione provoca instabilità
politica e il nostro vantaggio generazionale
potrebbe trasformarsi in un disastro”.
da Internazionale 1015, articolo di Avalok Langer tratto da Tehelka
emergente e cavalca l’onda del bonus demografico.
O almeno così piace credere
agli indiani. In realtà, la chiave del futuro
successo indiano – la grande quantità di
giovani – è una bomba a orologeria. È una
massa crescente di ragazzi per lo più denutriti,
poco istruiti, non idonei al lavoro, che
aspirano a una vita migliore ma non hanno
i mezzi per ottenerla. Perché? Perché non
sono qualiicati per il mercato del lavoro e,
anche se lo sono, l’impiego non c’è.
La forza lavoro indiana (la popolazione
tra i 15 e i 64 anni) è costituita da 430 milioni
di persone. Di queste, solo una minima
parte ha ricevuto una vera formazione professionale.
Il settore formale, dove si concentrano
le aspirazioni, il denaro e la crescita
economica, impiega solo 30 milioni di
persone. Questo signiica che gli altri 400
milioni si muovono nel settore informale,
cioè si arrangiano. Inoltre, il 60 per cento
della popolazione attiva è occupato nel settore
agricolo, che contribuisce al pil solo
per il 18 per cento. Secondo Amitabh Kundu,
che insegna economia dello sviluppo
all’Università Jawaharlal Nehru di New
Delhi, anche se nei prossimi vent’anni si
aggiungeranno altri 480 milioni di persone
alla forza lavoro già esistente, per trasformare
questo bonus demograico in un vantaggio
economico e sociale sarà essenziale
la formazione professionale. “I giovani sono
delusi dal sistema di governo e non perdono
occasione per dimostrarlo. I movi-
menti anticorruzione guidati da Baba Ramdev,
Anna Hazare e perino le proteste di
New Delhi contro gli stupri sono il rilesso
della loro frustrazione”, spiega Kundu.
“Questa insoddisfazione provoca instabilità
politica e il nostro vantaggio generazionale
potrebbe trasformarsi in un disastro”.
da Internazionale 1015, articolo di Avalok Langer tratto da Tehelka
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lunedì 2 settembre 2013
Amici e parenti salutano Mediobanca
Negli anni ottanta, il capitalismo italiano
“era costituito da un piccolo gruppo di persone
che si congratulava con se stesso per i
propri successi e si autoperpetuava”, dice
Alan Friedman, “quel gruppo era diventato
monopolistico, oligarchico e teneva il libero
mercato e la concorrenza fuori dalla borsa
di Milano”.
da Internazionale 1015, articolo di Rachel Sanderson tratto dal New York Times
“era costituito da un piccolo gruppo di persone
che si congratulava con se stesso per i
propri successi e si autoperpetuava”, dice
Alan Friedman, “quel gruppo era diventato
monopolistico, oligarchico e teneva il libero
mercato e la concorrenza fuori dalla borsa
di Milano”.
da Internazionale 1015, articolo di Rachel Sanderson tratto dal New York Times
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giovedì 29 agosto 2013
La crisi riscalda il clima
Era un progetto emblematico: nel 2007 l’Ecuador
aveva annunciato di voler trasformare in zona
protetta il parco di Yasuní, nel bacino amazzonico,
rinunciando così a sfruttare enormi riserve di
petrolio in cambio di un impegno della comunità
internazionale a versargli su un fondo 3,6 miliardi
di dollari (2,7 miliardi di euro), cioè la metà dei
potenziali proitti petroliferi. Per preservare l’ambiente
e la Terra nasceva così un nuovo metodo:
un paese rinunciava a sfruttare certe risorse in
cambio di un riscarcimento economico della comunità
internazionale. Questa bella iniziativa è
inita. Il 15 agosto il presidente ecuadoriano Rafael
Correa ha annunciato di aver irmato il decreto
di liquidazione di questo fondo e quindi la ine del
progetto Yasuní. E ha chiesto al suo parlamento di
autorizzare lo sfruttamento dei giacimenti del
parco. Secondo Correa il fondo di compensazione
ha ricevuto solo 13,3 milioni di dollari.
La crisi mondiale non è estranea a questa situazione
e ha messo in diicoltà gli impegni di
vari paesi. Il 16 agosto la Nuova Zelanda ha annunciato
la sua rinuncia per ragioni economiche
all’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni
di gas serra di almeno il 10 per cento rispetto al
livello del 1990. Ha detto che si limiterà a una riduzione
del 5 per cento. David Cameron ha fatto
una scelta simile: in questi giorni il primo ministro
britannico ha detto varie volte che sarebbe un
“grave errore” privarsi della risorsa del gas di scisto.
I suoi argomenti: creazione di posti di lavoro
e riduzione delle bollette per le famiglie. Il gas di
scisto è una fonte di energia che produce alte
emissioni di anidride carbonica e diicilmente il
Regno Unito sarà in grado di onorare l’impegno
europeo di ridurre le emissioni di gas a efetto serra
del 20 per cento entro il 2020.
Questi segnali – sulla scia della corsa statunitense
al gas di scisto e al continuo aumento del
consumo mondiale di carbone – dimostrano il
prepotente ritorno delle energie fossili. In tempi
di crisi i governi fanno fatica a resistere ai loro interessi
immediati. Così, dopo una breve tregua,
dal 2011 le emissioni mondiali di CO2 hanno ripreso
a crescere. Cosa ci possiamo aspettare dalle
prossime fasi dei negoziati internazionali sul clima
e, in particolare, dalla conferenza che sarà
organizzata a Parigi alla ine del 2015?
Questo nuovo ciclo di discussioni dovrebbe
portare a un accordo mondiale per permettere di
contenere l’aumento medio della temperatura
del pianeta sotto i 2 gradi. Ma come arrivare a un
accordo ambizioso se la comunità internazionale
continua a mostrarsi così velleitaria e a fare scelte
energetiche in netta contraddizione con i suoi discorsi
virtuosi?
Un editoriale di Le Monde, da Internazionale 1015, da domani in edicola
aveva annunciato di voler trasformare in zona
protetta il parco di Yasuní, nel bacino amazzonico,
rinunciando così a sfruttare enormi riserve di
petrolio in cambio di un impegno della comunità
internazionale a versargli su un fondo 3,6 miliardi
di dollari (2,7 miliardi di euro), cioè la metà dei
potenziali proitti petroliferi. Per preservare l’ambiente
e la Terra nasceva così un nuovo metodo:
un paese rinunciava a sfruttare certe risorse in
cambio di un riscarcimento economico della comunità
internazionale. Questa bella iniziativa è
inita. Il 15 agosto il presidente ecuadoriano Rafael
Correa ha annunciato di aver irmato il decreto
di liquidazione di questo fondo e quindi la ine del
progetto Yasuní. E ha chiesto al suo parlamento di
autorizzare lo sfruttamento dei giacimenti del
parco. Secondo Correa il fondo di compensazione
ha ricevuto solo 13,3 milioni di dollari.
La crisi mondiale non è estranea a questa situazione
e ha messo in diicoltà gli impegni di
vari paesi. Il 16 agosto la Nuova Zelanda ha annunciato
la sua rinuncia per ragioni economiche
all’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni
di gas serra di almeno il 10 per cento rispetto al
livello del 1990. Ha detto che si limiterà a una riduzione
del 5 per cento. David Cameron ha fatto
una scelta simile: in questi giorni il primo ministro
britannico ha detto varie volte che sarebbe un
“grave errore” privarsi della risorsa del gas di scisto.
I suoi argomenti: creazione di posti di lavoro
e riduzione delle bollette per le famiglie. Il gas di
scisto è una fonte di energia che produce alte
emissioni di anidride carbonica e diicilmente il
Regno Unito sarà in grado di onorare l’impegno
europeo di ridurre le emissioni di gas a efetto serra
del 20 per cento entro il 2020.
Questi segnali – sulla scia della corsa statunitense
al gas di scisto e al continuo aumento del
consumo mondiale di carbone – dimostrano il
prepotente ritorno delle energie fossili. In tempi
di crisi i governi fanno fatica a resistere ai loro interessi
immediati. Così, dopo una breve tregua,
dal 2011 le emissioni mondiali di CO2 hanno ripreso
a crescere. Cosa ci possiamo aspettare dalle
prossime fasi dei negoziati internazionali sul clima
e, in particolare, dalla conferenza che sarà
organizzata a Parigi alla ine del 2015?
Questo nuovo ciclo di discussioni dovrebbe
portare a un accordo mondiale per permettere di
contenere l’aumento medio della temperatura
del pianeta sotto i 2 gradi. Ma come arrivare a un
accordo ambizioso se la comunità internazionale
continua a mostrarsi così velleitaria e a fare scelte
energetiche in netta contraddizione con i suoi discorsi
virtuosi?
Un editoriale di Le Monde, da Internazionale 1015, da domani in edicola
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mercoledì 31 luglio 2013
Veronesi sempre più diretto a proposito della scelta vegetariana
Molti mi chiedono il motivo per cui le popolazioni non sono informate su questo, perché i medici non ne parlino e perché l'opinione comune è di tutt'altra realtà.
La base è che viene fatta un informazione errata, dalle università alle riviste medico scientifiche.
I professori nelle università insegnano cose errate sull'argomento alimentazione, gli studenti a loro volta insegneranno non in maniera corretta i loro futuri alunni o pazienti e così via.
Le riviste medico scientifiche più accreditate sono sul libro paga delle multinazionali farmaceutiche e pubblicano solo ciò che è consentito loro di pubblicare o ciò che è imposto loro dalle suddette multinazionali.
Molti medici e ricercatori, sulla base anche di numerose ricerche, per la maggior parte "insabbiate", sono coscienti degli effetti dannosi del consumo di carne, ma hanno le mani legate.
Io,che sono uno scienziato di fama internazionale, posso prendermi il lusso di fare queste affermazioni, se lo facessero loro, probabilmente non lavorerebbero piu.
L'industria alimentare e le multinazionali farmaceutiche viaggiano di pari passo, l'una ha bisogno dell'altra e queste due entità insieme, generano introiti circa venti volte superiori a tutte le industrie petrolifere del globo messe insieme...potete quindi ben capire che gli interessi economici sono alla base di questa disinformazione.
Se tenete conto che ogni malato di cancro negli stati uniti fa guadagnare circa 250.000 dollari a suddette multinazionali, capirete che questa disinformazione è voluta ed è volta a farvi ammalare per poi tentare di curarvi"
da qui.
La base è che viene fatta un informazione errata, dalle università alle riviste medico scientifiche.
I professori nelle università insegnano cose errate sull'argomento alimentazione, gli studenti a loro volta insegneranno non in maniera corretta i loro futuri alunni o pazienti e così via.
Le riviste medico scientifiche più accreditate sono sul libro paga delle multinazionali farmaceutiche e pubblicano solo ciò che è consentito loro di pubblicare o ciò che è imposto loro dalle suddette multinazionali.
Molti medici e ricercatori, sulla base anche di numerose ricerche, per la maggior parte "insabbiate", sono coscienti degli effetti dannosi del consumo di carne, ma hanno le mani legate.
Io,che sono uno scienziato di fama internazionale, posso prendermi il lusso di fare queste affermazioni, se lo facessero loro, probabilmente non lavorerebbero piu.
L'industria alimentare e le multinazionali farmaceutiche viaggiano di pari passo, l'una ha bisogno dell'altra e queste due entità insieme, generano introiti circa venti volte superiori a tutte le industrie petrolifere del globo messe insieme...potete quindi ben capire che gli interessi economici sono alla base di questa disinformazione.
Se tenete conto che ogni malato di cancro negli stati uniti fa guadagnare circa 250.000 dollari a suddette multinazionali, capirete che questa disinformazione è voluta ed è volta a farvi ammalare per poi tentare di curarvi"
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mercoledì 1 maggio 2013
domenica 14 aprile 2013
mercoledì 30 gennaio 2013
Migranti ambientali
(c) alessandro grassani
Mi sono imbattuto in una previsione delle Nazioni Unite che stima che nel 2050 la Terra dovrà farsi carico di 200 milioni di profughi climatici; tutte persone che non emigreranno nelle nazioni ricche, ma cercheranno nuove forme di sostentamento nelle aree urbane dei loro paesi d’origine, i cosiddetti slums, già sovraffollati e spesso poverissimi. Il 90% di questa migrazione avverrà infatti proprio nei Paesi meno sviluppati, cosi i Paesi più poveri - proprio quelli che meno hanno contribuito ai cambiamenti climatici - saranno i più colpiti da questo fenomeno a causa della mancanza di fondi da investire in politiche alternative di sviluppo nelle zone non più abitabili.
Mi sono chiesto chi fossero questi profughi climatici, da dove arrivano e dove vanno: ho deciso di percorrere il loro cammino e raccontare le loro storie.
Alessandro Grassani, intervistato da Sara Di Carlo qui.
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mercoledì 18 luglio 2012
Occupy!
immagine da qui
Ma allora cosa vogliamo? Per la maggior parte di noi la cosa più importante è aprire spazi di conversazione, di democrazia reale, diretta, partecipativa. [...] E una volta aperti questi spazi democratici, saremo in grado di discutere di eventuali richieste da presentare e di individuare chi secondo noi, potrebbe soddisfarle. O forse, quando ci saranno assemblee in tutto il paese, la questione delle richieste si sarà risolta da sé. Se un giorno diventeremo abbastanza, saremo noi gli unici destinatari delle nostre richieste.
Occupy!, ed. Il Saggiatore
consulta il sito di OWS.
domenica 15 gennaio 2012
Il costo del lavoro
Automobili
Il costo del lavoro è pari al 5% del costo di finale di un’auto.
Attualmente, nel mondo, c'è un eccesso di capacità produttiva di auto pari a circa il 40%.
Pomodori
I pomodori costano dal produttore 5 centesimi al chilo.
Vengono venduti a 1, 5 euro al chilo.
Ne vengono buttati quintali al giorno.
Il costo del lavoro è pari al 5% del costo di finale di un’auto.
Attualmente, nel mondo, c'è un eccesso di capacità produttiva di auto pari a circa il 40%.
Pomodori
I pomodori costano dal produttore 5 centesimi al chilo.
Vengono venduti a 1, 5 euro al chilo.
Ne vengono buttati quintali al giorno.
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martedì 8 giugno 2010
Nazionalismo di accatto
Caro amico che ci guardi da lassù, per favore,
tieni lontano mio figlio dalla retorica nazionalista.
Ché non c'è nulla di peggio della mercificazione
delle balle mascherate da senso di appartenenza.
(leo burnett, l'accatto della retorica post-moderna)
venerdì 26 giugno 2009
Fondo Monetario Internazionale
Muovere e creare classifiche.
Indici di affidabilità, crisi speculative, ricatti.
Attenzione alla crisi finanziaria dell'Islanda, probabile prossima vittima europea del FMI.
Ti tiene per le palle, Islanda.
Indici di affidabilità, crisi speculative, ricatti.
Attenzione alla crisi finanziaria dell'Islanda, probabile prossima vittima europea del FMI.
Ti tiene per le palle, Islanda.
lunedì 20 aprile 2009
Blatta economy

Dopo un po’ di tempo, torna a scrivermi Harry Naybors.
Condensazioni.
Per ragioni che ci sfuggono, ci troviamo a fare collegamenti logici e accostamenti inediti stimolanti.
Mi è capitato recentemente leggendo in parallelo due lavori apparentemente lontanissimi ma per molte ragioni incrociati.
Si tratta di Shock Economy di Naomi Klein e di Blatta di Alberto Ponticelli.
Il primo è un libro inchiesta in lingua inglese (ma tradotto in Italiano da Rizzoli), il secondo un fumetto italiano (pubblicato da Bloom).
Partiamo da Shock Economy.
Naomi Klein è una delle poche mie connazionali giornaliste (è vero, è nata in Canada, sarà per questo!) che sa scrivere in modo non sterile ed evocativo. Già autrice del best-seller mondiale No Logo, che ha segnato un’epoca vicinissima che sembra remota, in questo nuovo libro, frutto di tre anni di ricerche sul campo e di consultazione di documenti CIA de-secretati e di libri di ogni tipo, mette in luce un tema raccapricciante: la “missione” della scuola degli economisti di Chicago, figli di Milton Friedman e appoggiati per ultimo dal governo di Bush Jr., che consiste nello sfruttare eventi drammatici (imprevisti o provocati) per le popolazioni del mondo al fine di modificare lo status quo economico-politico in direzione del liberismo più sfrenato. L’idea, in due parole, è quella di approfittare dello spaesamento delle popolazioni dopo un tale evento per ridurre o azzerare diritti conquistati in anni e imporre delle scelte che mai, in un contesto normale, sarebbero passate. L’esempio più recente, forte e drammatico è la Guerra in Iraq, che è stata per gli Stati Uniti e altre potenze mondiale un’occasione economica favorevole e florida. Le vite perdute in quella guerra sono solo un prezzo necessario e sgradevole. Alla popolazione irachena, dopo la conclusione formale della guerra, sono state imposte condizioni economiche proprie dell’ “integralismo liberista”, favorendo lo sfruttamento delle ricchezze territoriali da parte delle potenze estere, impoverendo e umiliando un popolo e una società che già, con l’oligarchia di Saddam Hussein, erano tremendamente schiacciati. Dalla padella nella brace, come si dice.
Mentre leggo e rifletto su queste nefandezze, che Klein ha l’abilità di collegare ai metodi shockanti delle torture attuate dalla CIA a Guantanamo e altrove, mi ritrovo a leggere la vita del signor nessuno contenuta in Blatta. Ponticelli inventa una società nichilista e liberticida, dove in nome della vita eterna sono stati sacrificati tutti i diritti umani, anche i più semplici e comuni, come la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali.
L’idea non è certo nuova. Ma il libro funziona grazie alla prosa asciutta ed evocativa, e soprattutto grazie a un disegno forte, sporco, espressionista, claustrofobico. Ponticelli mette in scena tutta la sua abilità grafica in un modo per nulla scontato e per nulla esibito. Le scelte, dalle inquadrature, al tratteggio, alla caratterizzazione dei personaggi, sono mirate e funzionali al racconto. Si nota una perfetta sinergia tra conduzione della storia e forza del disegno, tanto che mi sono convinto del fatto che sceneggiatura e realizzazione delle tavole sono andate avanti di pari passo, senza una specifica soluzione di continuità. Un lavoro da autore di razza, insomma. E una delle sue prime prove da autore completo, tra l’altro.
Ecco, il dubbio che avevo alla base del racconto, mi è stato in qualche modo spazzato via dal libro della Klein. Mi chiedevo cosa avrebbe permesso una totale perversione del sistema culturale, politico ed economico come quello descritto in Blatta. La risposta è in Shock Economy: è accaduto uno shock che non so descrivere né immaginare, ma al quale la scuola di Friedman e le sue frattaglie politiche sono state pronte a sfruttare in quel preciso momento. Si allenano tutta la vita per essere pronti.
Insomma, nella mia mente, un'opera rinforza l’altra, e sono da oggi per me inscindibili. Un plauso all’immaginazione, quindi, nella giornata in cui si piange la morte del meraviglioso, inarrivabile James Ballard. Sarebbe troppo lungo elencare quante cose l’autore ha saputo anticipare con i suoi racconti. Lascia una società che ha compreso, forse, come nessun altro.
E che appare ben rappresentata nelle sue estreme conseguenze da Blatta e da Shock Economy.
Condensazioni.
Per ragioni che ci sfuggono, ci troviamo a fare collegamenti logici e accostamenti inediti stimolanti.
Mi è capitato recentemente leggendo in parallelo due lavori apparentemente lontanissimi ma per molte ragioni incrociati.
Si tratta di Shock Economy di Naomi Klein e di Blatta di Alberto Ponticelli.
Il primo è un libro inchiesta in lingua inglese (ma tradotto in Italiano da Rizzoli), il secondo un fumetto italiano (pubblicato da Bloom).
Partiamo da Shock Economy.
Naomi Klein è una delle poche mie connazionali giornaliste (è vero, è nata in Canada, sarà per questo!) che sa scrivere in modo non sterile ed evocativo. Già autrice del best-seller mondiale No Logo, che ha segnato un’epoca vicinissima che sembra remota, in questo nuovo libro, frutto di tre anni di ricerche sul campo e di consultazione di documenti CIA de-secretati e di libri di ogni tipo, mette in luce un tema raccapricciante: la “missione” della scuola degli economisti di Chicago, figli di Milton Friedman e appoggiati per ultimo dal governo di Bush Jr., che consiste nello sfruttare eventi drammatici (imprevisti o provocati) per le popolazioni del mondo al fine di modificare lo status quo economico-politico in direzione del liberismo più sfrenato. L’idea, in due parole, è quella di approfittare dello spaesamento delle popolazioni dopo un tale evento per ridurre o azzerare diritti conquistati in anni e imporre delle scelte che mai, in un contesto normale, sarebbero passate. L’esempio più recente, forte e drammatico è la Guerra in Iraq, che è stata per gli Stati Uniti e altre potenze mondiale un’occasione economica favorevole e florida. Le vite perdute in quella guerra sono solo un prezzo necessario e sgradevole. Alla popolazione irachena, dopo la conclusione formale della guerra, sono state imposte condizioni economiche proprie dell’ “integralismo liberista”, favorendo lo sfruttamento delle ricchezze territoriali da parte delle potenze estere, impoverendo e umiliando un popolo e una società che già, con l’oligarchia di Saddam Hussein, erano tremendamente schiacciati. Dalla padella nella brace, come si dice.
Mentre leggo e rifletto su queste nefandezze, che Klein ha l’abilità di collegare ai metodi shockanti delle torture attuate dalla CIA a Guantanamo e altrove, mi ritrovo a leggere la vita del signor nessuno contenuta in Blatta. Ponticelli inventa una società nichilista e liberticida, dove in nome della vita eterna sono stati sacrificati tutti i diritti umani, anche i più semplici e comuni, come la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali.
L’idea non è certo nuova. Ma il libro funziona grazie alla prosa asciutta ed evocativa, e soprattutto grazie a un disegno forte, sporco, espressionista, claustrofobico. Ponticelli mette in scena tutta la sua abilità grafica in un modo per nulla scontato e per nulla esibito. Le scelte, dalle inquadrature, al tratteggio, alla caratterizzazione dei personaggi, sono mirate e funzionali al racconto. Si nota una perfetta sinergia tra conduzione della storia e forza del disegno, tanto che mi sono convinto del fatto che sceneggiatura e realizzazione delle tavole sono andate avanti di pari passo, senza una specifica soluzione di continuità. Un lavoro da autore di razza, insomma. E una delle sue prime prove da autore completo, tra l’altro.
Ecco, il dubbio che avevo alla base del racconto, mi è stato in qualche modo spazzato via dal libro della Klein. Mi chiedevo cosa avrebbe permesso una totale perversione del sistema culturale, politico ed economico come quello descritto in Blatta. La risposta è in Shock Economy: è accaduto uno shock che non so descrivere né immaginare, ma al quale la scuola di Friedman e le sue frattaglie politiche sono state pronte a sfruttare in quel preciso momento. Si allenano tutta la vita per essere pronti.
Insomma, nella mia mente, un'opera rinforza l’altra, e sono da oggi per me inscindibili. Un plauso all’immaginazione, quindi, nella giornata in cui si piange la morte del meraviglioso, inarrivabile James Ballard. Sarebbe troppo lungo elencare quante cose l’autore ha saputo anticipare con i suoi racconti. Lascia una società che ha compreso, forse, come nessun altro.
E che appare ben rappresentata nelle sue estreme conseguenze da Blatta e da Shock Economy.
Harry.
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