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mercoledì 22 agosto 2012
lunedì 9 luglio 2012
Achab
(c) bill sinkievicz
Non leggo più fumetti con regolarità da quando ho chiuso Harrydice...
Avevo bisogno di spazio. Inutile dire che la mia mente incauta e agitata ha immediatamente riempito quello spazio con altro. E con il senno di poi, tutto ciò appare sciocco e ingarbugliato.
Il tempo vien sempre voglia di rimpiangerlo, perché sempre lo sprechiamo con accidenti.
Un mese fa, mi è stato regalato un volume a fumetti: Moby Dick di Bill Sienkievicz, pubblicato in Italia da NPE. Visto che i miei contributi con Lospaziobianco.it continuano, per quanto in modo molto diradato, ho deciso di impegnarmici su per una recensione. Ma avevo un problema: non avevo mai letto il romanzo di Herman Melville.
Ed eccomi qui, tra baleniere e leviatani e capitani pazzi. Finora, e sono a metà, Moby Dick è una delle cose più belle che mi sia mai capitato di leggere. E dirlo oggi, a quasi quarant'anni, appare forse un controsenso, ma anche il giusto riconoscimento per un libro fuori dal tempo.
E la versione a fumetti? Ancora non so dire. Attendiamo. Io e lei, prima di incontrarci davvero. So quasi tutto dei lavori passati di Sienkievicz, e so che è difficile capire quanto egli sia artista puro o semplice abile pioniere. In questo caso, le domande giuste da cui partire per una recensione, potrebbero essere due: cosa resta del romanzo di Melville; cosa resta di Bill Sienkievicz?
In ogni caso, non meravigliarti se in questo blog vedrai fiorire citazioni di Moby Dick. E iniziamo subito con una... rigorosamente in inglese. Se il senso non lo capisci, devi solo spendere 10 euro, comprarti una delle edizioni italiane, e il resto è pura meraviglia abissale.
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sabato 16 maggio 2009
Harry dice...

Ce l'ho fatta! L'ho convinto!!
Finalmente Harry Naybors, mio carissimo amico nonché esperto assoluto ed egomaniaco di fumetti, ha aperto il suo blog personale. Ne sono felice perché è importante che la sua voce non si confonda con la mia. Ne sono felice perché potrà assumersi tutte le responsabilità per quello che dice e crede.
Ne sono rattristato perché senza i suoi interventi questo blog sarà un po' meno ricco. E anche perchè, come vedete, dovrò comunque seguirlo per la pubblicazione dei post, essendo lui a completo digiuno di tecnologia digitale (sic!).
Continueremo a parlare di fumetti, qui. Per lo meno per quanto riguarda il mio lavoro con LoSpazioBianco.it e altre iniziative.
Ma da oggi, Harry lo trovate là, sul suo blog "Harry dice.."
Finalmente Harry Naybors, mio carissimo amico nonché esperto assoluto ed egomaniaco di fumetti, ha aperto il suo blog personale. Ne sono felice perché è importante che la sua voce non si confonda con la mia. Ne sono felice perché potrà assumersi tutte le responsabilità per quello che dice e crede.
Ne sono rattristato perché senza i suoi interventi questo blog sarà un po' meno ricco. E anche perchè, come vedete, dovrò comunque seguirlo per la pubblicazione dei post, essendo lui a completo digiuno di tecnologia digitale (sic!).
Continueremo a parlare di fumetti, qui. Per lo meno per quanto riguarda il mio lavoro con LoSpazioBianco.it e altre iniziative.
Ma da oggi, Harry lo trovate là, sul suo blog "Harry dice.."
mercoledì 6 maggio 2009
Doonsebury. L'integrale

Sono lieto di annunciare l'uscita del primo volume di Doonsebury. L'integrale.
La ristampa cronologica e completa di tutte le strisce di Trudeau è un progetto realizzato da Black Velvet. Ammetto di avere una certa sintonia con Omar Martini e le sue pubblicazioni. Black Velvet è una casa editrice piccola, ma che vanta un catalogo importante e che cura ogni prodotto in modo eccellente. Ha dimostrato finora di saper valorizzare i progetti di autori italiani (l'ultimo che ricordo è Coltrane di Parisi) e ha stampato spesso opere a fumetti non convenzionali e sempre stimolanti.
La mia speranza è che questa ristampa possa essere la gallina dalle uova d'oro per Martini, perché la vendibilità del prodotto, in Italia ma soprattutto negli USA e nel mondo, è potenzialmente molto alta. Fantagraphics Books negli States ha completamente rivoluzionato in meglio il proprio bilancio grazie alla pubblicazione della ristampa cronologica delle strisce dei Peanuts. Doonsebury non è i Peanuts, certo, ma l'importanza della striscia di Trudeau non è da sottovalutare. Stiamo a vedere.
LoSpazioBianco.it dedica all'evento uno speciale, al quale ho contribuito con un articolo.
Leggetelo e compratevi il volume.
lunedì 20 aprile 2009
Blatta economy

Dopo un po’ di tempo, torna a scrivermi Harry Naybors.
Condensazioni.
Per ragioni che ci sfuggono, ci troviamo a fare collegamenti logici e accostamenti inediti stimolanti.
Mi è capitato recentemente leggendo in parallelo due lavori apparentemente lontanissimi ma per molte ragioni incrociati.
Si tratta di Shock Economy di Naomi Klein e di Blatta di Alberto Ponticelli.
Il primo è un libro inchiesta in lingua inglese (ma tradotto in Italiano da Rizzoli), il secondo un fumetto italiano (pubblicato da Bloom).
Partiamo da Shock Economy.
Naomi Klein è una delle poche mie connazionali giornaliste (è vero, è nata in Canada, sarà per questo!) che sa scrivere in modo non sterile ed evocativo. Già autrice del best-seller mondiale No Logo, che ha segnato un’epoca vicinissima che sembra remota, in questo nuovo libro, frutto di tre anni di ricerche sul campo e di consultazione di documenti CIA de-secretati e di libri di ogni tipo, mette in luce un tema raccapricciante: la “missione” della scuola degli economisti di Chicago, figli di Milton Friedman e appoggiati per ultimo dal governo di Bush Jr., che consiste nello sfruttare eventi drammatici (imprevisti o provocati) per le popolazioni del mondo al fine di modificare lo status quo economico-politico in direzione del liberismo più sfrenato. L’idea, in due parole, è quella di approfittare dello spaesamento delle popolazioni dopo un tale evento per ridurre o azzerare diritti conquistati in anni e imporre delle scelte che mai, in un contesto normale, sarebbero passate. L’esempio più recente, forte e drammatico è la Guerra in Iraq, che è stata per gli Stati Uniti e altre potenze mondiale un’occasione economica favorevole e florida. Le vite perdute in quella guerra sono solo un prezzo necessario e sgradevole. Alla popolazione irachena, dopo la conclusione formale della guerra, sono state imposte condizioni economiche proprie dell’ “integralismo liberista”, favorendo lo sfruttamento delle ricchezze territoriali da parte delle potenze estere, impoverendo e umiliando un popolo e una società che già, con l’oligarchia di Saddam Hussein, erano tremendamente schiacciati. Dalla padella nella brace, come si dice.
Mentre leggo e rifletto su queste nefandezze, che Klein ha l’abilità di collegare ai metodi shockanti delle torture attuate dalla CIA a Guantanamo e altrove, mi ritrovo a leggere la vita del signor nessuno contenuta in Blatta. Ponticelli inventa una società nichilista e liberticida, dove in nome della vita eterna sono stati sacrificati tutti i diritti umani, anche i più semplici e comuni, come la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali.
L’idea non è certo nuova. Ma il libro funziona grazie alla prosa asciutta ed evocativa, e soprattutto grazie a un disegno forte, sporco, espressionista, claustrofobico. Ponticelli mette in scena tutta la sua abilità grafica in un modo per nulla scontato e per nulla esibito. Le scelte, dalle inquadrature, al tratteggio, alla caratterizzazione dei personaggi, sono mirate e funzionali al racconto. Si nota una perfetta sinergia tra conduzione della storia e forza del disegno, tanto che mi sono convinto del fatto che sceneggiatura e realizzazione delle tavole sono andate avanti di pari passo, senza una specifica soluzione di continuità. Un lavoro da autore di razza, insomma. E una delle sue prime prove da autore completo, tra l’altro.
Ecco, il dubbio che avevo alla base del racconto, mi è stato in qualche modo spazzato via dal libro della Klein. Mi chiedevo cosa avrebbe permesso una totale perversione del sistema culturale, politico ed economico come quello descritto in Blatta. La risposta è in Shock Economy: è accaduto uno shock che non so descrivere né immaginare, ma al quale la scuola di Friedman e le sue frattaglie politiche sono state pronte a sfruttare in quel preciso momento. Si allenano tutta la vita per essere pronti.
Insomma, nella mia mente, un'opera rinforza l’altra, e sono da oggi per me inscindibili. Un plauso all’immaginazione, quindi, nella giornata in cui si piange la morte del meraviglioso, inarrivabile James Ballard. Sarebbe troppo lungo elencare quante cose l’autore ha saputo anticipare con i suoi racconti. Lascia una società che ha compreso, forse, come nessun altro.
E che appare ben rappresentata nelle sue estreme conseguenze da Blatta e da Shock Economy.
Condensazioni.
Per ragioni che ci sfuggono, ci troviamo a fare collegamenti logici e accostamenti inediti stimolanti.
Mi è capitato recentemente leggendo in parallelo due lavori apparentemente lontanissimi ma per molte ragioni incrociati.
Si tratta di Shock Economy di Naomi Klein e di Blatta di Alberto Ponticelli.
Il primo è un libro inchiesta in lingua inglese (ma tradotto in Italiano da Rizzoli), il secondo un fumetto italiano (pubblicato da Bloom).
Partiamo da Shock Economy.
Naomi Klein è una delle poche mie connazionali giornaliste (è vero, è nata in Canada, sarà per questo!) che sa scrivere in modo non sterile ed evocativo. Già autrice del best-seller mondiale No Logo, che ha segnato un’epoca vicinissima che sembra remota, in questo nuovo libro, frutto di tre anni di ricerche sul campo e di consultazione di documenti CIA de-secretati e di libri di ogni tipo, mette in luce un tema raccapricciante: la “missione” della scuola degli economisti di Chicago, figli di Milton Friedman e appoggiati per ultimo dal governo di Bush Jr., che consiste nello sfruttare eventi drammatici (imprevisti o provocati) per le popolazioni del mondo al fine di modificare lo status quo economico-politico in direzione del liberismo più sfrenato. L’idea, in due parole, è quella di approfittare dello spaesamento delle popolazioni dopo un tale evento per ridurre o azzerare diritti conquistati in anni e imporre delle scelte che mai, in un contesto normale, sarebbero passate. L’esempio più recente, forte e drammatico è la Guerra in Iraq, che è stata per gli Stati Uniti e altre potenze mondiale un’occasione economica favorevole e florida. Le vite perdute in quella guerra sono solo un prezzo necessario e sgradevole. Alla popolazione irachena, dopo la conclusione formale della guerra, sono state imposte condizioni economiche proprie dell’ “integralismo liberista”, favorendo lo sfruttamento delle ricchezze territoriali da parte delle potenze estere, impoverendo e umiliando un popolo e una società che già, con l’oligarchia di Saddam Hussein, erano tremendamente schiacciati. Dalla padella nella brace, come si dice.
Mentre leggo e rifletto su queste nefandezze, che Klein ha l’abilità di collegare ai metodi shockanti delle torture attuate dalla CIA a Guantanamo e altrove, mi ritrovo a leggere la vita del signor nessuno contenuta in Blatta. Ponticelli inventa una società nichilista e liberticida, dove in nome della vita eterna sono stati sacrificati tutti i diritti umani, anche i più semplici e comuni, come la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali.
L’idea non è certo nuova. Ma il libro funziona grazie alla prosa asciutta ed evocativa, e soprattutto grazie a un disegno forte, sporco, espressionista, claustrofobico. Ponticelli mette in scena tutta la sua abilità grafica in un modo per nulla scontato e per nulla esibito. Le scelte, dalle inquadrature, al tratteggio, alla caratterizzazione dei personaggi, sono mirate e funzionali al racconto. Si nota una perfetta sinergia tra conduzione della storia e forza del disegno, tanto che mi sono convinto del fatto che sceneggiatura e realizzazione delle tavole sono andate avanti di pari passo, senza una specifica soluzione di continuità. Un lavoro da autore di razza, insomma. E una delle sue prime prove da autore completo, tra l’altro.
Ecco, il dubbio che avevo alla base del racconto, mi è stato in qualche modo spazzato via dal libro della Klein. Mi chiedevo cosa avrebbe permesso una totale perversione del sistema culturale, politico ed economico come quello descritto in Blatta. La risposta è in Shock Economy: è accaduto uno shock che non so descrivere né immaginare, ma al quale la scuola di Friedman e le sue frattaglie politiche sono state pronte a sfruttare in quel preciso momento. Si allenano tutta la vita per essere pronti.
Insomma, nella mia mente, un'opera rinforza l’altra, e sono da oggi per me inscindibili. Un plauso all’immaginazione, quindi, nella giornata in cui si piange la morte del meraviglioso, inarrivabile James Ballard. Sarebbe troppo lungo elencare quante cose l’autore ha saputo anticipare con i suoi racconti. Lascia una società che ha compreso, forse, come nessun altro.
E che appare ben rappresentata nelle sue estreme conseguenze da Blatta e da Shock Economy.
Harry.
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La Top Ten 2008 de LoSpazioBianco.it
Ne ho già parlato qui.
E finalmente la top ten 2008 de LoSpazioBianco.it è online.
Come potete vedere, è corredata da un articolo di commento realizzato dal sottoscritto.
Lo dico nel pezzo, lo ribadisco qui: quei 10 titoli non vogliono essere in assoluto i migliori del 2008. Ogni classifica è solo una fotografia sfocata. Però è veritiera e rappresenta una lista di 10 fumetti che assolutamente non dovrebbero mancare nella libreria di nessun amante dei fumetti.
Ogni titolo meriterebbe un approfondimento. E, come potete vedere, di ognuno di essi è presente (o sarà presente a breve) una recensione sul sito. Le cose le facciamo bene.
Il gioco ha delle regole, come ogni classifica che si rispetti.
A qualcuno questa cosa non è piaciuta molto. Ha voluto partecipare fregandosene delle regole e adesso è arrabbiato perché lo avremmo "censurato".
Utilizzare il gioco della top ten senza rispettare le regole e per parlare male praticamente di ogni autore, editore e professionista che cita nella sua (non)classifica è un altro gioco, che trovo piuttosto sciocco. Ecco, direi che sciocco è la parola giusta. Così come parlare di "censura" in merito alla scelta della redazione di non pubblicare quello sciocco tentativo; parlare di "censura" in un periodo come questo dove la "censura" c'è, è cosa vera e preoccupante.
Si, Boris, che idea di merda.
lunedì 6 aprile 2009
venerdì 27 marzo 2009
Watchmen

Segnalo uno speciale de LoSpazioBianco.it su Watchmen, in occasione della presenza del film nelle sale cinematografiche.
Lo leggete qui.
C'è anche un mio pezzo, qui.
giovedì 19 marzo 2009
Rat-Man e la guerra

Segnalo il mio ultimo articolo per LoSpazioBianco.it sull'ultima storia del Rat-Man di Leo Ortolani.
Il tema è la guerra e la satira. Lo trovate qui.
Il tema è la guerra e la satira. Lo trovate qui.
mercoledì 18 marzo 2009
De:Code
De:Code è il nome dietro cui si celano tre esperti critici di fumetti che da anni si occupano dell'ingrato compito di parlare di fumetti in modo consapevole, offrendo spunti di riflessione e non marchette o news inutili quanto clamorose.
La loro prima incarnazione fu il sito Rorscharch, dal nome del celebre personaggio di Watchmen di Moore e Gibbons (oggi anche al cinema), che iniziai a leggere ben prima di iniziare io stesso ad occuparmi di fumetti.
La seconda fu il sito De:Code che rivelò da subito una difficoltà: aggiornamenti non regolari e non frequenti. Un'impostazione che rivelava, forse, altre vocazioni.
Di De:Code ho sempre amato il nome, che trovo sintentico e molto efficace. E la qualità di alcuni articoli che sollecito tutti a scoprire.
L'ultima evoluzione è De:Code in formato rivista tematica in pdf, che credo sposi ottimamente la vocazione di cui sopra, più improntata agli approfondimenti, e che favorisce un lavoro più pianificato a lungo/medio termine.
Trovate il primo numero qui.
Io non ho ancora potuto leggerla, ma lo farò presto. Per certo posso dire che copre parzialmente un vuoto che senza dubbio esiste, in Italia, ovvero quello di riviste di critica che sviluppano riflessioni, argomentazioni e interviste sul fumetto. L'unica scelta che mi sento di non condividere, pensandoci a caldo, è l'esclusione delle recensioni che ritengo restino un servizio fondamentale per i lettori, nonché un buon modo per mettere alla luce il grande movimento che esiste nel mercato del fumetto in questi anni.
Ne riparlerò.
nota: Come mi ha puntualmente ricordato Emiliano Longobardi tra Rorscharch e De:Code c'è stata l'avventura di Comics Code. Il passaggio mi è sfuggito, forse, a causa di tre motivi: la fretta con la quale ho postato; l'assonanza dei nomi; malgrado gli effettivi cambiamenti strutturali e di collaboratori (Emo era parte del progetto ma da De:Code in avanti ne uscì) ho sempre visto molta continuità tra Comics Code e De:Code. Sbagliando.
Ma credo che tutto ciò ai lettori di questo blog interessi poco. Leggetevi il nuovo De:Code in pdf!
lunedì 9 marzo 2009
Top Ten 2008
In questi giorni ho superato l'impresa impossibile di scegliere i dieci migliori fumetti del 2008, per partecipare all'annuale top ten de LoSpazioBianco.it.
Sono molti i fumetti che sono rimasti fuori. I primi esclusi sono quelli che non ho ancora avuto il tempo di leggere, e sono tanti. Basta sfogliare la mia pagina di Anobii per rendersene conto. Gli altri sono quelli dimenticati perché letti nei giorni di nebbia. Ci sono diverse, troppe ragioni per le quali dimenticare un fumetto (o un libro o un film o...) e non tutte hanno a che fare con la qualità del lavoro. Queste ragioni purtroppo non depongono a favore della professionalità di critico che sempre più appare come una chimera. E non per mancanza di conoscenze tecniche o di elementi di analisi. Ma perché più passano gli anni e più mi risulta difficile categorizzare, schematizzare, inchiodare al muro di una definizione emblematica.
Rimpiango le vecchie scelte definitorie senza compromessi, allo stesso modo con cui si rimpiangono i vagiti da bimbo.
Per cui mi sono orientato in questo modo, nella scelta dei miei dieci migliori:
- un segno che fosse personale, riconoscibile e coinvolgente
- una storia che ritorna a distanza di giorni a bussare alla mia mente
- un tema che incuriosisse la mia fantasia e fosse capace di creare nuove connessioni e nuovi punti di vista
- una costruzione della storia fresca, non meccanica, lontana dai soliti territori
- il completo disinteresse per la casa editrice o il paese di appartenenza dell'autore
- la musicalità dell'insieme della composizione (un tema su cui, davvero, un giorno mi piacerebbe scrivere)
- la vicinanza con la contemporaneità del mondo in cui viviamo e la vivacità della sua rappresentazione
- l'attenzione per le idiosincrasie degli autori, che sono sinonimo di genialità e personalità, quando abilmente controllate dalla tecnica
- ...
Non posso ancora rivelare le mie scelte, perché i voti per la top ten non sono ancora conclusi.
Dirò solo che Rughe di Paco Roca e Poor Bastard di Joe Matt non sono entrati in top ten per un pelo; che LMVDM di Gipi non è al primo posto; che c'è un fumetto che è puro intrattenimento ma che è una delle cose più belle scritte negli ultimi anni sul tema della diversità e dell'orrore, capace di rimescolare i generi in modo originale e imprevedibile; che neppure un albo Bonelli quest'anno entra in classifica (a differenza degli altri anni) e che questa scelta è stata necessaria; che Rat-man 70 potrebbe essere nella top ten del 2009; che gli autori italiani sono ben rappresentati, al di là delle mie stesse aspettative; che il fumetto europeo è al centro della scena e questa secondo me è una tendenza rilevante da segnalare; che è stato un anno di ottime letture e che il fumetto gode di una salute artistica eccellente; che ho troppo troppo materiale fermo da leggere.
A presto per la classifica.
Ah, ovviamente, nella menzione per la proposta di materiale storico non può che vincere la conclusione di Lone Wolf and Cub, senza dubbio uno dei massimi capolavori del fumetto mondiale.
Sono molti i fumetti che sono rimasti fuori. I primi esclusi sono quelli che non ho ancora avuto il tempo di leggere, e sono tanti. Basta sfogliare la mia pagina di Anobii per rendersene conto. Gli altri sono quelli dimenticati perché letti nei giorni di nebbia. Ci sono diverse, troppe ragioni per le quali dimenticare un fumetto (o un libro o un film o...) e non tutte hanno a che fare con la qualità del lavoro. Queste ragioni purtroppo non depongono a favore della professionalità di critico che sempre più appare come una chimera. E non per mancanza di conoscenze tecniche o di elementi di analisi. Ma perché più passano gli anni e più mi risulta difficile categorizzare, schematizzare, inchiodare al muro di una definizione emblematica.
Rimpiango le vecchie scelte definitorie senza compromessi, allo stesso modo con cui si rimpiangono i vagiti da bimbo.
Per cui mi sono orientato in questo modo, nella scelta dei miei dieci migliori:
- un segno che fosse personale, riconoscibile e coinvolgente
- una storia che ritorna a distanza di giorni a bussare alla mia mente
- un tema che incuriosisse la mia fantasia e fosse capace di creare nuove connessioni e nuovi punti di vista
- una costruzione della storia fresca, non meccanica, lontana dai soliti territori
- il completo disinteresse per la casa editrice o il paese di appartenenza dell'autore
- la musicalità dell'insieme della composizione (un tema su cui, davvero, un giorno mi piacerebbe scrivere)
- la vicinanza con la contemporaneità del mondo in cui viviamo e la vivacità della sua rappresentazione
- l'attenzione per le idiosincrasie degli autori, che sono sinonimo di genialità e personalità, quando abilmente controllate dalla tecnica
- ...
Non posso ancora rivelare le mie scelte, perché i voti per la top ten non sono ancora conclusi.
Dirò solo che Rughe di Paco Roca e Poor Bastard di Joe Matt non sono entrati in top ten per un pelo; che LMVDM di Gipi non è al primo posto; che c'è un fumetto che è puro intrattenimento ma che è una delle cose più belle scritte negli ultimi anni sul tema della diversità e dell'orrore, capace di rimescolare i generi in modo originale e imprevedibile; che neppure un albo Bonelli quest'anno entra in classifica (a differenza degli altri anni) e che questa scelta è stata necessaria; che Rat-man 70 potrebbe essere nella top ten del 2009; che gli autori italiani sono ben rappresentati, al di là delle mie stesse aspettative; che il fumetto europeo è al centro della scena e questa secondo me è una tendenza rilevante da segnalare; che è stato un anno di ottime letture e che il fumetto gode di una salute artistica eccellente; che ho troppo troppo materiale fermo da leggere.
A presto per la classifica.
Ah, ovviamente, nella menzione per la proposta di materiale storico non può che vincere la conclusione di Lone Wolf and Cub, senza dubbio uno dei massimi capolavori del fumetto mondiale.
domenica 8 marzo 2009
Il meglio e il peggio

La splendida autobiografia di Miles Davis si apre con un articolo che ricorda l'incontro di Davis con Zucchero a Viareggio nel 1989. Sembra che Davis avesse ascoltato Dune Mosse e ne fosse rimasto favorevolmente colpito. Da qui la collaborazione. Nell'articolo in questione si parla dell'incontro come del momento più basso della carriera stellare del trombettista afroamericano.
La vita è strana. Uno dei momenti più alti della carriera di Zucchero è anche uno dei momenti più bassi della carriera di Miles Davis. O così sembrerebbe.
Ho ascoltato oggi la registrazione di quella Dune Mosse e la trovo eccellente. Mi piace pensare che la musica favorisca l'unione piuttosto che la contrapposizione. E di certo Davis è stato uno dei principali alfieri delle contaminazioni e dei ribaltamenti di prospettiva. Per questo resta uno dei simboli della musica mondiale e, al contempo, uno dei musicisti più amati/odiati dell'ultimo secolo.

foto pescate dalla rete
La vita è strana. Uno dei momenti più alti della carriera di Zucchero è anche uno dei momenti più bassi della carriera di Miles Davis. O così sembrerebbe.
Ho ascoltato oggi la registrazione di quella Dune Mosse e la trovo eccellente. Mi piace pensare che la musica favorisca l'unione piuttosto che la contrapposizione. E di certo Davis è stato uno dei principali alfieri delle contaminazioni e dei ribaltamenti di prospettiva. Per questo resta uno dei simboli della musica mondiale e, al contempo, uno dei musicisti più amati/odiati dell'ultimo secolo.

foto pescate dalla rete
Parisi e Coltrane

Paolo Parisi è un giovane autore italiano di fumetti che si sta affermando come uno dei più originali e importanti degli ultimi anni. Nelle librerie potete trovare il suo ultimo lavoro, una biografia di Coltrane molto personale ed efficace.
Ho avuto il piacere di intervistarlo nell'ambito delle inziative di BilBolBul, uno splendido festival internazionale del fumetto che si sta svolgendo in questi giorni a Bologna.
Qui l'intervista.
Ringrazio Parisi perché mi ha riacceso l'entusiasmo per Coltrane, che sto riascoltando in questi giorni in ogni disco che mi capita di reperire. Il suono come forma, la forma come essenza.
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martedì 10 febbraio 2009
Allevi chi?
In un recente post sulla critica e il fumetto, in un passaggio, Harry Naybors parla male di Giovanni Allevi (e di Ramazzotti ma questo è più comune).
Scopro solidarietà da diversi amici e, soprattutto, che persone ben più illustri di Harry si sono espresse su di lui.
Riporto un recente scambio che trovo di estrema chiarezza e lucidità.
Uto Ughi (il più importante violinista italiano vivente) dice:
«Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».
Enrico Rava (il più celebre trombettista jazz italiano), intervistato recentemente sulla questione:
- Che ne pensa del giudizio di Uto Ughi su Allevi?
- Allevi? Non commento... è come sparare sulla croce rossa.
Amen.
Un grazie speciale alle invenzioni di Neri Marcorè.
Scopro solidarietà da diversi amici e, soprattutto, che persone ben più illustri di Harry si sono espresse su di lui.
Riporto un recente scambio che trovo di estrema chiarezza e lucidità.
Uto Ughi (il più importante violinista italiano vivente) dice:
«Che spettacolo desolante! Vedere le massime autorità dello Stato osannare questo modestissimo musicista. Il più ridicolo era l’onorevole Fini, mancava poco si buttasse in ginocchio davanti al divo». Uto Ughi non ha troppo apprezzato il concerto natalizio promosso dal Senato della Repubblica che ha avuto come protagonista il pianista Giovanni Allevi. Il nostro violinista lo ha ascoltato - «fino alla fine, incredulo» - dalla sua casa di Busto Arsizio e ne è rimasto «offeso come musicista. Pianista? Ma lui si crede anche compositore, filosofo, poeta, scrittore. La cosa che più mi dà fastidio è l’investimento mediatico che è stato fatto su un interprete mai originale e privo del tutto di umiltà. Il suo successo è il termometro perfetto della situazione del Nostro Paese: prevalgono sempre le apparenze».
Enrico Rava (il più celebre trombettista jazz italiano), intervistato recentemente sulla questione:
- Che ne pensa del giudizio di Uto Ughi su Allevi?
- Allevi? Non commento... è come sparare sulla croce rossa.
Amen.
Un grazie speciale alle invenzioni di Neri Marcorè.
mercoledì 4 febbraio 2009
Laika
Lorelei ha sempre sostenuto di non voler avere un cane perché non può sopportare quel musino di sottomissione e quel continuo bisogno di approvazione che ha ogni amico canino.
I cani sono animali strani.
Ne ho conosciuti alcuni ma non ne ho mai avuto uno.
Non mi piace il loro odore.
Da adolescente, nei vicoli ciechi della penosa solitudine esistenziale di quegli anni, ho più volte pensato all'idea di un cane come a un amico tardo-romantico. Immaginavo un compagno silenzioso di passeggiate, chiacchierate e poesie da una panchina all'altra, da un prato all'altro.
Oggi mi ritrovo a provare lo stesso romantico affetto per un cane immaginario leggendo quel piccolo gioiello narrativo che è Laika.
La storia del primo essere vivente in orbita su un razzo è molto meno mitica e sdolcinata di quanto pensassi. In effetti è penosa e disturbante. Laika sarebbe morta bruciata viva dopo poche ore dal lancio. Era una missione propagandistica che poco aveva a che vedere con la scienza.
L'autore, Nick Abadzis, un inglese, viene per me fuori dal nulla più assoluto. Ma non è certo colpa sua. Mi arriva come la semplice, ennesima conferma di quanto sia ampio e inesplorato il mondo del fumetto mondiale.
Adesso mi ritrovo a leggere lentamente, a ritornare sulle pagine, per ritardare il finale.
Era da un po', da Lone Wolf and Cub, che non mi succedeva.
Ed è una cosa assolutamente inaspettata.
Bene.
mercoledì 28 gennaio 2009
Fumetti e concetti
Un'interessante spunto da Harry Naybors sul fare fumetti e spiegare i fumetti. Pubblico con il suo consenso.
Ci sono autori di fumetti che non sanno cosa dire della loro arte.
Di fronte a un fuoco di domande sul significato di certe scelte si sentono in imbarazzo. Nel migliore dei casi dicono non ci avevo pensato. Nel peggiore dicono non mi interessa.
Non per questo sono autori meno bravi. Anzi!
Il loro approccio è molto utile per ricordarci che prima ancora che un lavoro concettuale, quello del fumettista è un lavoro che ha molto più a che fare con il fare. Le sperimentazioni partono spesso da tentativi ed errori realizzati direttamente sulla carta. Molto meno da astrazioni e riflessioni anteriori.
Il lavoro di Gipi ne è un esempio. Come ammette brevemente nel suo blog, di fronte alla mia recensione (e a quella del valido Oliva su UBC) si sente quasi impreparato. Il nostro lavoro è concettualizzare, quello degli autori è fare. In effetti, diffido molto degli "artisti" che parlano più di quanto fanno. Giovanni Allevi è uno di questi. A sentirlo parlare sembra il nuovo Beethoven, a sentirlo suonare sembra l'Eros Ramazzotti del pianoforte (con tutto quel che di negativo si può accostare al nome Ramazzotti).
Quindi, il fumetto si fa. Quindi, il mestiere lo si impara in "strada", sporcandosi le mani. Per questa ragione, parlando con diversi autori, troverete che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi narrativi ognuno con modalità diverse, proprie. Ognuno con il proprio ingegno e la propria fatica. Una bella dispersione di energie, no?
Ma anche una bella sfida sempre nuova. Credo sia anche per questo che il fumetto presenta così tante possibilità espressive diverse, perché è ancora un territorio poco esplorato sul piano concettuale. Certo, c'è alla base un problema legato all'insegnamento del fumetto, così come una latitanza evidente di parte della critica specializzata. Ma sono convinto che si tratti di una caratteristica genetica del fumetto.
Mi ricorda un po' il jazz. Fino agli anni '70 le cose stavano proprio nello stesso modo. L'approccio dei musicisti era prevalentemente espressivo. Le esplorazioni nascevano dal suonare, dalle alchimie di esperienze diverse che si fondevano per creare qualcosa di imprevedibile e unico. E poi?
Lo sviluppo di scuole specializzate, di modelli espressivi riconosciuti, di una critica sempre più affermata e preparata e la stratificazione delle esperienze ha portato un forte inaridimento. Tutto sembra già fatto, suonato, sperimentato. Concettualizzato.
E chi prova ad esprimere qualcosa di originale e sentito, nel jazz, sembra spesso muoversi per differenze o per contrasto rispetto a precisi modelli.
Succederà lo stesso nel fumetto? Mi auguro di no. Le due forme espressive hanno molti aspetti comuni ma molti più aspetti che le differenziano.
Forse un giorno approfondirò le assonanze, potrebbe essere un buon esercizio.
In ogni caso, se qualcuno fosse interessato a leggere una (non)intervista che ben rappresenta un autore della categoria di cui sopra, consiglio quella contenuta nel numero 294 del Comics Journal al grande autore norvegese Jason. L'intervistatore ci prova in ogni modo e Jason risponde continuamente non so, l'ho fatto e basta. Diventa quasi snervante! Non avrei voluto essere nei panni dell'intervistatore.

Ultima nota: anche Gipi ha l'onore (e l'onere) di essere intervistato dalla più importante rivista di critica statunitense. La trovate sul Comics Journal 295.
Harry.
Ci sono autori di fumetti che non sanno cosa dire della loro arte.
Di fronte a un fuoco di domande sul significato di certe scelte si sentono in imbarazzo. Nel migliore dei casi dicono non ci avevo pensato. Nel peggiore dicono non mi interessa.
Non per questo sono autori meno bravi. Anzi!
Il loro approccio è molto utile per ricordarci che prima ancora che un lavoro concettuale, quello del fumettista è un lavoro che ha molto più a che fare con il fare. Le sperimentazioni partono spesso da tentativi ed errori realizzati direttamente sulla carta. Molto meno da astrazioni e riflessioni anteriori.
Il lavoro di Gipi ne è un esempio. Come ammette brevemente nel suo blog, di fronte alla mia recensione (e a quella del valido Oliva su UBC) si sente quasi impreparato. Il nostro lavoro è concettualizzare, quello degli autori è fare. In effetti, diffido molto degli "artisti" che parlano più di quanto fanno. Giovanni Allevi è uno di questi. A sentirlo parlare sembra il nuovo Beethoven, a sentirlo suonare sembra l'Eros Ramazzotti del pianoforte (con tutto quel che di negativo si può accostare al nome Ramazzotti).
Quindi, il fumetto si fa. Quindi, il mestiere lo si impara in "strada", sporcandosi le mani. Per questa ragione, parlando con diversi autori, troverete che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi narrativi ognuno con modalità diverse, proprie. Ognuno con il proprio ingegno e la propria fatica. Una bella dispersione di energie, no?
Ma anche una bella sfida sempre nuova. Credo sia anche per questo che il fumetto presenta così tante possibilità espressive diverse, perché è ancora un territorio poco esplorato sul piano concettuale. Certo, c'è alla base un problema legato all'insegnamento del fumetto, così come una latitanza evidente di parte della critica specializzata. Ma sono convinto che si tratti di una caratteristica genetica del fumetto.
Mi ricorda un po' il jazz. Fino agli anni '70 le cose stavano proprio nello stesso modo. L'approccio dei musicisti era prevalentemente espressivo. Le esplorazioni nascevano dal suonare, dalle alchimie di esperienze diverse che si fondevano per creare qualcosa di imprevedibile e unico. E poi?
Lo sviluppo di scuole specializzate, di modelli espressivi riconosciuti, di una critica sempre più affermata e preparata e la stratificazione delle esperienze ha portato un forte inaridimento. Tutto sembra già fatto, suonato, sperimentato. Concettualizzato.
E chi prova ad esprimere qualcosa di originale e sentito, nel jazz, sembra spesso muoversi per differenze o per contrasto rispetto a precisi modelli.
Succederà lo stesso nel fumetto? Mi auguro di no. Le due forme espressive hanno molti aspetti comuni ma molti più aspetti che le differenziano.
Forse un giorno approfondirò le assonanze, potrebbe essere un buon esercizio.
In ogni caso, se qualcuno fosse interessato a leggere una (non)intervista che ben rappresenta un autore della categoria di cui sopra, consiglio quella contenuta nel numero 294 del Comics Journal al grande autore norvegese Jason. L'intervistatore ci prova in ogni modo e Jason risponde continuamente non so, l'ho fatto e basta. Diventa quasi snervante! Non avrei voluto essere nei panni dell'intervistatore.

Ultima nota: anche Gipi ha l'onore (e l'onere) di essere intervistato dalla più importante rivista di critica statunitense. La trovate sul Comics Journal 295.
Harry.
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mercoledì 14 gennaio 2009
LMVDM

Del libro di Gipi, La Mia Vita Disegnata Male, ho scritto una recensione da oggi online su LoSpazioBianco.it.
Era un po' che non scrivevo di fumetti su LSB. Sono un poco felice.
Spero che l'articolo sia di qualche interesse.
Per me è stato interessante scriverlo.
E tornare a confrontarmi con un esercizio tecnico che non ricordavo così complesso.
Metauro potrebbe essere il prossimo.
Forse.
sabato 27 dicembre 2008
Dylan chi?
Ricevo per mail da Harry Naybors e pubblico con il suo consenso.
Mi sono avvicinato a Dylan Dog 268 con alcuni timori ma con molta curiosità. La prima storia lunga di Roberto Recchioni su Dylan, "battezzato" dal solito Bruno Brindisi alle matite, può considerarsi a tutti gli effetti per il piccolo e quasi immobile territorio del fumetto popolare italiano un evento.
Purtroppo, la lettura del fumetto si è dimostrata peggiore delle previsioni.
E tutto ciò ha poco a che vedere con la mitologia dylaniana. O meglio, mettendo da parte ogni possibile considerazione in merito alla coerenza e all'aderenza della storia con quanto prima raccontato di Dylan Dog, per volontà di sintesi, direi che è proprio la storia nel suo complesso a non stare in piedi.
Maledicendo per l'ennesima volta il citazionismo che in alcuni, troppi casi, sembra il vero pretesto di alcune trame, posso solo dire che la conduzione della storia appare poco organica, le parti decisive della risoluzione sono sprecato e tirate via (l'indovinello?!), il sesso è usato come puro espediente al servizio di un'immaginazione congestionata, la caratterizzazione dei personaggi derivativa e poco sentita.
Ma soprattutto Recchioni sbaglia nel lavorare sull'atmosfera che dovrebbe, perché lo è stata, essere l'elemento cardine della storia. Dylan e il lettore non sono mai realmente in apprensione, in ansia, in tensione, né per i disguidi burocratici né per l'assenza di Groucho, né per nessuno degli altri elementi della storia.
E Brindisi? Beh, lui c'è, da professionista qual è, ma non si vede. Anch'egli risulta anonimo, a tratti spento, a tratti efficace, ma complessivamente piccolo e insignificante quanto la storia.
Una prima occasione del tutto sprecata. Anzi, siamo a una e mezzo, se ricordiamo, e non vorremmo, la primissima prova su Dylan Dog Color Fest #1.
Recchioni è pronto a riprovarci. La Bonelli pure. Ma sembra che, mese dopo mese, Dylan Dog sia destinato a soffocare sotto l'incapacità anche di validi sceneggiatori nel soffiargli un po' di vita, di anima. E Tiziano Sclavi, purtroppo, non ha responsabilità dirette, se non una: di essersi soffermato troppo, nella seconda parte del suo cammino con Dylan, sulle caratteristiche meno efficaci e più pericolose della serie, ovvero il buonismo, il "socialismo", l'orrore del quotidiano che è dentro di noi e nella nostra vita, il mostro della porta accanto, tanto terribile quanto povero e disperato. Grave errore, Tiziano, che stiamo ancora pagando.
Harry.
Mi sono avvicinato a Dylan Dog 268 con alcuni timori ma con molta curiosità. La prima storia lunga di Roberto Recchioni su Dylan, "battezzato" dal solito Bruno Brindisi alle matite, può considerarsi a tutti gli effetti per il piccolo e quasi immobile territorio del fumetto popolare italiano un evento.
Purtroppo, la lettura del fumetto si è dimostrata peggiore delle previsioni.
E tutto ciò ha poco a che vedere con la mitologia dylaniana. O meglio, mettendo da parte ogni possibile considerazione in merito alla coerenza e all'aderenza della storia con quanto prima raccontato di Dylan Dog, per volontà di sintesi, direi che è proprio la storia nel suo complesso a non stare in piedi.
Maledicendo per l'ennesima volta il citazionismo che in alcuni, troppi casi, sembra il vero pretesto di alcune trame, posso solo dire che la conduzione della storia appare poco organica, le parti decisive della risoluzione sono sprecato e tirate via (l'indovinello?!), il sesso è usato come puro espediente al servizio di un'immaginazione congestionata, la caratterizzazione dei personaggi derivativa e poco sentita.
Ma soprattutto Recchioni sbaglia nel lavorare sull'atmosfera che dovrebbe, perché lo è stata, essere l'elemento cardine della storia. Dylan e il lettore non sono mai realmente in apprensione, in ansia, in tensione, né per i disguidi burocratici né per l'assenza di Groucho, né per nessuno degli altri elementi della storia.
E Brindisi? Beh, lui c'è, da professionista qual è, ma non si vede. Anch'egli risulta anonimo, a tratti spento, a tratti efficace, ma complessivamente piccolo e insignificante quanto la storia.
Una prima occasione del tutto sprecata. Anzi, siamo a una e mezzo, se ricordiamo, e non vorremmo, la primissima prova su Dylan Dog Color Fest #1.
Recchioni è pronto a riprovarci. La Bonelli pure. Ma sembra che, mese dopo mese, Dylan Dog sia destinato a soffocare sotto l'incapacità anche di validi sceneggiatori nel soffiargli un po' di vita, di anima. E Tiziano Sclavi, purtroppo, non ha responsabilità dirette, se non una: di essersi soffermato troppo, nella seconda parte del suo cammino con Dylan, sulle caratteristiche meno efficaci e più pericolose della serie, ovvero il buonismo, il "socialismo", l'orrore del quotidiano che è dentro di noi e nella nostra vita, il mostro della porta accanto, tanto terribile quanto povero e disperato. Grave errore, Tiziano, che stiamo ancora pagando.
Harry.
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giovedì 18 dicembre 2008
Intellettuali o personaggi?
Ricevo da Harry Naybors e pubblico.
Gipi è stato in tv.
L’intervista è stata ben condotta e lui ha risposto in modo appassionato e presente.
Ma... sembrava un ragazzino spaventato.
Certo, è Gipi, con le sue timidezze e le sue idiosincrasie, che sono tra le ragioni per cui lo apprezzo e ne seguo il lavoro.
La sera dopo c’era Mattotti a Che tempo che fa, ma me lo sono perso. Devo recuperare l’intervista di un autore fondamentale del fumetto mondiale e che in Italia si muove quasi nell’ombra, se non fosse per le illustrazioni usate sulle riviste e sulle copertine di alcuni romanzi. Sospetto che abbiano parlato meno di fumetti che di arti visive in generale, ma è una sensazione non confermata dai fatti.
Sollecitato anche da alcuni spunti emersi in una recente discussione che ho letto sul forum di ComicUS, a proposito di Interni di Ausonia, mi vien voglia di tornare sul tema dell’assenza di intellettuali nel mondo del fumetto (e delle cultura?) italiana.
Se è vero che è ancora difficile per il fumetto smarcarsi dal sillogismo nuvolette/intrattenimento di massa, è però vero che opere come Interni, con i difetti che non ti ho taciuto in una precedente mail, sono lì a dimostrare che il fumetto può essere molto altro, molto più di questo. Un iceberg di dimensioni enormi sta pian piano affiorando, grazie soprattutto allo sforzo di un’editoria in fermento, con strutture piccole se non minuscole e grazie alle autoproduzioni. Ma anche all’interessamento di importanti case editrici generaliste che hanno ben compreso il potenziale del fumetto altro dal solo intrattenimento.
Ma gli autori di fumetti, dove sono?
Nella sua apparizione televisiva, Gipi, con il suo atteggiamento understatemant, sembrava lì a rappresentare la soggezione del mondo del fumetto e della cultura fumettistica rispetto al mondo visibile, tele-visibile. Faceva tenerezza, tanto quanto il fumetto fa tenerezza alla gente comune.
Nel mondo trasparente del fumetto, le voci che contano sembrano essere soprattutto quelle che sanno riproporre, rielaborate, le fantasie degli adolescenti che furono, le spacconate da action movie, le esaltazioni da ego-maniaci, senza che riesca ad emergere una loro visione del mondo, della vita e della cultura e, quel che più conta, la loro posizione all’interno di esse. La loro posizione di autori, di creativi rispetto a quello che fanno e vogliono esprimere sembra fare parte essa stessa del mondo che creano con i fumetti. Sembra vogliano essere i protagonisti delle loro storie, piuttosto che i protagonisti della cultura italiana. Molti di loro si illuderanno che questa è una posizione utile, mentre mi sembra vada ancora una volta nella direzione della trasparenza di cui sopra, dell’autoreferenzialità e dell’isolamento culturale che il fumetto non riesce a vincere.
Harry
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martedì 25 novembre 2008
Musica Nuda

L'idea è semplice.
Brani famosi, un contrabbasso, una voce splendida e un po' di ironia.
Ecco qui: Musica Nuda. Petra Magoni e Ferruccio Spinetti.
Si dice che in Francia siano più conosciuti che in Italia.
Per dare un'idea:
Splendito Splendente (Gabo: perchè urla? chiede ridendo con gli occhi)
Il Cammello e il Dromedario (il Berlusconismo perdente)
Ci sono diversi dischi. Cercateli.
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Guglielmo Nigro, salvo dove diversamente indicato.
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esplicitare sempre l'autore e/o la fonte.
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