Un articolo di Naomi Klein da Internazionale di questa settimana.
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domenica 4 settembre 2016
giovedì 13 febbraio 2014
I meravigliosi giochi olimpici di Soči
L’opposizione dell’Sgr di Soči ai giochi non è di tipo
politico: è motivata esclusivamente da
quello che vedremo tra poco. La nostra destinazione
è un’importante zona umida che
un tempo ospitava duecento specie di uccelli
migratori e numerose piante rare.
“Questo territorio doveva diventare una
riserva”, spiega Julia. “Avevamo preparato
tutti i documenti. Doveva rientrare nella
convenzione di Ramsar sulle zone umide.
Ma non è stato possibile”.
Lasciamo la strada principale e seguiamo
una ila di enormi ribaltabili arancioni
ino alla Zona costiera dei giochi. Il Fisht e
altri stadi in costruzione emergono dal fango
circondati da strade di ghiaia e da una
foresta di grattacieli destinati a ospitare
atleti, giornalisti e spettatori. Il rumore dei
lavori si sente attraverso i inestrini chiusi
della macchina. Quando arriviamo a quel
che resta della palude, Maria e Julia non dicono
nulla. Non è necessario. Una serie di
piccoli stagni privi di vegetazione segna
l’incrocio tra due strade fangose percorse
da un lusso continuo di camion. Le sponde
sono disseminate di bottiglie di plastica,
calcinacci e cataste di legna. Accanto a un
bagno chimico ci sono due cartelli, uno in
russo e uno in inglese, che definiscono
quella scena apocalittica “Parco ornitologico
naturale della palude di Imeretinskaja”.
“Su tutto il territorio del parco”, dicono i
cartelli, “è vietato svolgere attività che possano
modificare il paesaggio naturale”.
Vietato cacciare, danneggiare i terreni di
riproduzione degli uccelli, raccogliere
piante selvatiche, inquinare l’acqua o danneggiare
“la qualità ambientale, estetica e
ricreativa del parco”.
Dalla palude ci spostiamo verso un
quartiere residenziale afacciato sulla Zona
costiera. Cerchiamo una strada chiamata
Bakinskaja. Un intero isolato di case quasi
tutte ancora occupate è inclinato con una
strana angolazione. Un po’ più giù, la posizione
di due palazzi ricorda quella della
torre di Pisa: sono appoggiati l’uno all’altro
e si sostengono come due ubriachi. Da un
paio d’anni gli abitanti della zona vedono i
camion arrampicarsi pieni in cima alla collina
per scenderne vuoti. Trentamila tonnellate
di detriti olimpici, provenienti quasi
tutti dalla costruzione della ferrovia, sono
initi in una discarica illegale. Un giorno,
dopo un temporale, il ianco della collina è
improvvisamente scivolato, insieme alle
fondamenta delle case. Dieci mesi prima
della nostra visita, il governo ha annunciato
che avrebbe trasferito altrove gli abitanti
della strada. Ma passati i dieci mesi i camion
continuano a scaricare materiale e la
gente è ancora nelle vecchie case. La nostra
ultima meta è un campo di attivisti sulla riva
nord del fiume Kudepsta, sorvegliato
ventiquattr’ore al giorno dai residenti della
zona e da membri della Guardia. Hanno
occupato la postazione nove mesi prima,
quando un’impresa edile ci ha costruito un
ponte temporaneo. Sulla riva opposta doveva
sorgere una centrale elettrica a gas
destinata a fornire elettricità ai giochi. [...]
Per quanto riguarda la
Società geograica di Soči, l’ingiunzione di
Mosca è arrivata all’inizio di marzo, come
preannunciato. Ma un mese dopo, mentre i
manifestanti venivano allontanati dal iume
Kudepsta, è successo qualcosa di sorprendente.
“Può congratularsi con noi”,
diceva un messaggio di Maria e Julia. “Ieri
abbiamo vinto la causa”. Mosca ha deciso
che la sezione di Soči potrà continuare a
esistere. Maria e Julia erano sorprese. E
anch’io. Poi mi sono ricordato una cosa che
Maria mi aveva detto quando ero a Soči.
“Qualunque cosa vogliano farci, aspetteranno
dopo le Olimpiadi, quando nessuno
presterà più attenzione a quello che succede
qui”.
da Internazionale n. 1033
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lunedì 23 dicembre 2013
Amazon - Concorrenza Sleale
Il nostro desiderio insaziabile di prodotti
scontati, consegnati a domicilio in modo
veloce ed efficiente, ha un prezzo. Il problema
è che non abbiamo ancora capito
qual è. Sono le tasse, ovviamente, che finanziano
le strade su cui viaggiano i camion
di Amazon, le scuole dove studiano i
loro dipendenti, gli ospedali dove nascono
i loro figli e dove forse, un giorno, saranno
curati prima di morire. Tasse pagate da tutti
i lavoratori e che l’azienda, come è emerso
nel 2012, tende a eludere. Su un fatturato
di 4,2 miliardi di sterline, nel 2012 Amazon
ha pagato solo 3,2 milioni di imposta sulle
attività produttive. Nel 2006 l’azienda ha
spostato la sede dal Regno Unito al Lussemburgo
e ha riclassificato la sua attività
nel Regno Unito come semplice “evasione
degli ordini”. Nella sede in Lussemburgo
lavorano 380 persone. Nel Regno Unito
circa 21mila. Fate voi i conti.
Secondo Brad Stone, l’elusione iscale è
nel dna dell’azienda. Fin dall’inizio Amazon
è stata “costituzionalmente orientata a
garantire ogni possibile vantaggio ai suoi
clienti ofrendo i più bassi prezzi possibili,
sfruttando tutte le scappatoie iscali conosciute
o creandone di nuove”. Lo sa bene
Mark Constantine, uno dei fondatori della
catena di cosmetici Lush. Constantine non
vuole vendere attraverso Amazon, ma questo
non impedisce all’azienda di Bezos di
sfruttare il marchio di Lush per attirare
clienti sul suo sito e consigliare prodotti
alternativi. “È un modo per intimidire le
aziende e costringerle a usare i loro servizi.
E noi ci siamo rifiutati. Ci siamo rivolti
all’alta corte e li abbiamo denunciati per
violazione del marchio. Abbiamo già speso
mezzo milione di sterline per difendere la
nostra azienda. La maggior parte delle imprese
non può permetterselo. Noi l’abbiamo
fatto per una questione di principio.
Continuano a forzare la mano ma il loro
modello di impresa non è sostenibile. Riescono
ad andare avanti solo perché non
pagano le tasse. Se fossero costretti a seguire
il modello convenzionale sarebbero
in diicoltà”. Conclude Constantine: “La
loro è una forma di capitalismo pirata. Assaltano
i paesi dei loro clienti, portano via i
soldi e li nascondono dove gli conviene.
Non è business in senso tradizionale. È il
ritorno a una forma di capitalismo predatorio
che ci riporta a un secolo fa, quando
abbiamo deciso collettivamente di lasciarcelo
alle spalle”.
da Internazionale 1031, del 20 dicembre 2013
scontati, consegnati a domicilio in modo
veloce ed efficiente, ha un prezzo. Il problema
è che non abbiamo ancora capito
qual è. Sono le tasse, ovviamente, che finanziano
le strade su cui viaggiano i camion
di Amazon, le scuole dove studiano i
loro dipendenti, gli ospedali dove nascono
i loro figli e dove forse, un giorno, saranno
curati prima di morire. Tasse pagate da tutti
i lavoratori e che l’azienda, come è emerso
nel 2012, tende a eludere. Su un fatturato
di 4,2 miliardi di sterline, nel 2012 Amazon
ha pagato solo 3,2 milioni di imposta sulle
attività produttive. Nel 2006 l’azienda ha
spostato la sede dal Regno Unito al Lussemburgo
e ha riclassificato la sua attività
nel Regno Unito come semplice “evasione
degli ordini”. Nella sede in Lussemburgo
lavorano 380 persone. Nel Regno Unito
circa 21mila. Fate voi i conti.
Secondo Brad Stone, l’elusione iscale è
nel dna dell’azienda. Fin dall’inizio Amazon
è stata “costituzionalmente orientata a
garantire ogni possibile vantaggio ai suoi
clienti ofrendo i più bassi prezzi possibili,
sfruttando tutte le scappatoie iscali conosciute
o creandone di nuove”. Lo sa bene
Mark Constantine, uno dei fondatori della
catena di cosmetici Lush. Constantine non
vuole vendere attraverso Amazon, ma questo
non impedisce all’azienda di Bezos di
sfruttare il marchio di Lush per attirare
clienti sul suo sito e consigliare prodotti
alternativi. “È un modo per intimidire le
aziende e costringerle a usare i loro servizi.
E noi ci siamo rifiutati. Ci siamo rivolti
all’alta corte e li abbiamo denunciati per
violazione del marchio. Abbiamo già speso
mezzo milione di sterline per difendere la
nostra azienda. La maggior parte delle imprese
non può permetterselo. Noi l’abbiamo
fatto per una questione di principio.
Continuano a forzare la mano ma il loro
modello di impresa non è sostenibile. Riescono
ad andare avanti solo perché non
pagano le tasse. Se fossero costretti a seguire
il modello convenzionale sarebbero
in diicoltà”. Conclude Constantine: “La
loro è una forma di capitalismo pirata. Assaltano
i paesi dei loro clienti, portano via i
soldi e li nascondono dove gli conviene.
Non è business in senso tradizionale. È il
ritorno a una forma di capitalismo predatorio
che ci riporta a un secolo fa, quando
abbiamo deciso collettivamente di lasciarcelo
alle spalle”.
da Internazionale 1031, del 20 dicembre 2013
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giovedì 12 dicembre 2013
L'oroscopo dell'infinito
L'infinitamente grande, lo sconfinato. Lo Spazio.
Ieri sera, come tutte le sere limpide e stellate di questi giorni in Brianza, dove la nebbia non arriva, salgo le scale esterne di casa. La scala fa una curva e lì, nascoste le luci artificiali delle strade, la volta scura puntellata dalle stelle mi avvolge e ricopre il viso. In quell'istante, ogni sera, provo una profonda emozione di straniamento e meraviglia.
Il fuori si riflette nel dentro e viceversa.
La meraviglia esteriore amplia il senso di appartenenza e il distacco interiore. Cosa ci tiene legati alle stelle?
L'infinitamente grande si confonde con l'infinitamente piccolo, come appare nel portfolio che trovi sul sito di internazionale qui.
Le costellazioni, i pianeti, il cielo. Come influenzano la nostra vita? Quale oroscopo reale e non immaginario ci lega all'infinito?
Ieri sera, come tutte le sere limpide e stellate di questi giorni in Brianza, dove la nebbia non arriva, salgo le scale esterne di casa. La scala fa una curva e lì, nascoste le luci artificiali delle strade, la volta scura puntellata dalle stelle mi avvolge e ricopre il viso. In quell'istante, ogni sera, provo una profonda emozione di straniamento e meraviglia.
Il fuori si riflette nel dentro e viceversa.
La meraviglia esteriore amplia il senso di appartenenza e il distacco interiore. Cosa ci tiene legati alle stelle?
L'infinitamente grande si confonde con l'infinitamente piccolo, come appare nel portfolio che trovi sul sito di internazionale qui.
Le costellazioni, i pianeti, il cielo. Come influenzano la nostra vita? Quale oroscopo reale e non immaginario ci lega all'infinito?
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mercoledì 27 novembre 2013
Fantasma due
Da Internazionale.it, una nuova foto fantasmatica.
In quelle nuvole nere il volto di un personaggio che conosco e mi saluta. Un grosso naso, occhi scuri, baffoni e un braccio tozzo che mi saluta.
Quale parte del mio inconscio mi parla?
Potrebbe essere mio nonno Guglielmo?
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giovedì 14 novembre 2013
Lo spavento supremo
"Ringrazia la paura di averti aiutato ad aprire gli occhi." (da qui)
Come tanti, sono un lettore dell'oroscopo di Rob Brezsny (e sembra che oggi la mia unica fonte sia Internazionale.it). Lascio che la sua intelligenza mi offra delle intuizioni. Niente di più, niente di meno.
La settimana uscente, la paura. Se ascolto come risuona, accetto il fatto che ci siano forze superiore alle mie che ci parlano in modo inequivocabile. Lucidamente so che la paura riguarda tutti. Ma nel mio caso, mai come in questo periodo. La libertà spaventa. La vita che si muove in modo inaspettato spaventa. La responsabilità spaventa. Le scelte definitive spaventano. Le conseguenze delle azioni spaventano. Il cuore vibrante spaventa. Le ombre che neppure sospettavamo di avere spaventano.
Poi c'è l'aprire gli occhi. E la decisione di osservare quello che davvero c'è. Almeno un poco di quello che davvero c'è. Le persone che hai intorno sono un grande aiuto in questa direzione. Possono essere un vero, necessario stimolo. Nel momento in cui non agiscono delle sciocche azioni collusive. Ti ritrovi a dire "eccomi qui, con tutto quello che c'è. Bello e buono, brutto e cattivo". La parte difficile è accettare e accogliere. Perché nell'angolo c'è lo spavento supremo. Che stordisce e fa chiudere gli occhi a fessura.
Come tanti, sono un lettore dell'oroscopo di Rob Brezsny (e sembra che oggi la mia unica fonte sia Internazionale.it). Lascio che la sua intelligenza mi offra delle intuizioni. Niente di più, niente di meno.
La settimana uscente, la paura. Se ascolto come risuona, accetto il fatto che ci siano forze superiore alle mie che ci parlano in modo inequivocabile. Lucidamente so che la paura riguarda tutti. Ma nel mio caso, mai come in questo periodo. La libertà spaventa. La vita che si muove in modo inaspettato spaventa. La responsabilità spaventa. Le scelte definitive spaventano. Le conseguenze delle azioni spaventano. Il cuore vibrante spaventa. Le ombre che neppure sospettavamo di avere spaventano.
Poi c'è l'aprire gli occhi. E la decisione di osservare quello che davvero c'è. Almeno un poco di quello che davvero c'è. Le persone che hai intorno sono un grande aiuto in questa direzione. Possono essere un vero, necessario stimolo. Nel momento in cui non agiscono delle sciocche azioni collusive. Ti ritrovi a dire "eccomi qui, con tutto quello che c'è. Bello e buono, brutto e cattivo". La parte difficile è accettare e accogliere. Perché nell'angolo c'è lo spavento supremo. Che stordisce e fa chiudere gli occhi a fessura.
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Pros
Esiste un estetismo erotico?
La prostituzione nella vita degli uomini?
La sequenza di foto che puoi vedere qui, sembra parlare di tempi fuori dal tempo, templi fuori dai luoghi. O semplicemente di isolamento e compagnia.
La prostituzione nella vita degli uomini?
La sequenza di foto che puoi vedere qui, sembra parlare di tempi fuori dal tempo, templi fuori dai luoghi. O semplicemente di isolamento e compagnia.
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domenica 10 novembre 2013
Il fantasma
Una foto bellissima.
Ma quell'orso tocca il mio inconscio.
Ci vedo un fantasma. Della mia ombra.
Della mia aggressività che attende di emergere.
Di quello che in me non si manifesta ma c'è.
La paura.
foto di Paul Souders, da Internazionale
Ma quell'orso tocca il mio inconscio.
Ci vedo un fantasma. Della mia ombra.
Della mia aggressività che attende di emergere.
Di quello che in me non si manifesta ma c'è.
La paura.
foto di Paul Souders, da Internazionale
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martedì 29 ottobre 2013
Però, se le giovani generazioni scappano dalla scuola non sarà forse anche a causa delle insulsaggini che vengono propinate?
Ferdinando Boero, da Internazionale.it, tutto il testo, da leggere, qui!
Ferdinando Boero, da Internazionale.it, tutto il testo, da leggere, qui!
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giovedì 17 ottobre 2013
L'errore di Letta su Alitalia
A Roma il protezionismo industriale è tornato di
moda. E non è un bello spettacolo. L’acquisizione
di Telecom Italia, società italiana delle telecomunicazioni
e molto indebitata, da parte della sua
rivale spagnola Telefónica, ha fatto scattare vari
appelli al governo perché bloccasse l’accordo per
motivi di sicurezza nazionale. L’Italia ha bisogno
degli investitori stranieri per mettere ine alla crisi
economica, ma i politici sono troppo occupati
ad avvolgersi nel tricolore per accorgersene.
L’esempio più clamoroso di quest’ondata di
nazionalismo economico è quello di Alitalia, l’ex
compagnia aerea di bandiera. Cinque anni fa stava
per fallire e l’allora presidente del consiglio
Silvio Berlusconi si oppose ferocemente alla sua
acquisizione da parte del gruppo Air France-Klm,
insistendo perché restasse italiana. Preferì venderla
a un gruppo di imprenditori, la maggior parte
dei quali non aveva alcuna esperienza nel settore.
E i pesanti debiti della compagnia furono
scaricati sulle spalle dei contribuenti. Ma l’operazione
non ha rimesso in sesto l’azienda. Alitalia è
di nuovo sull’orlo del fallimento e il governo ha
deciso di fare lo stesso errore del 2008. Poste italiane
fornirà ad Alitalia 75 milioni di euro di capitale.
La logica industriale che si nasconde dietro
questo matrimonio è sconcertante. Non c’è nessuna
sinergia tra una linea aerea e un vettore postale
e, dato che Poste italiane appartiene allo
stato, l’operazione puzza di aiuti di stato mascherati.
Senza contare che l’accordo non porterà
nuove competenze per aiutare Alitalia a decollare.
Una soluzione migliore sarebbe venderla a
una compagnia straniera. Air France-Klm, che
già possiede il 25 per cento di Alitalia, è una scelta
possibile.
Questo rigurgito di nazionalismo economico
getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta, il
quale ha dichiarato più volte di volere attirare in
Italia più capitali stranieri. Ma la strategia scelta
da Roma per Alitalia manda il messaggio opposto.
Dire che il paese è aperto è facile, ma quello
che conta è mantenere la parola quando una
azienda straniera bussa alla porta.
Editoriale del Financial Times, da Internazionel 1022
moda. E non è un bello spettacolo. L’acquisizione
di Telecom Italia, società italiana delle telecomunicazioni
e molto indebitata, da parte della sua
rivale spagnola Telefónica, ha fatto scattare vari
appelli al governo perché bloccasse l’accordo per
motivi di sicurezza nazionale. L’Italia ha bisogno
degli investitori stranieri per mettere ine alla crisi
economica, ma i politici sono troppo occupati
ad avvolgersi nel tricolore per accorgersene.
L’esempio più clamoroso di quest’ondata di
nazionalismo economico è quello di Alitalia, l’ex
compagnia aerea di bandiera. Cinque anni fa stava
per fallire e l’allora presidente del consiglio
Silvio Berlusconi si oppose ferocemente alla sua
acquisizione da parte del gruppo Air France-Klm,
insistendo perché restasse italiana. Preferì venderla
a un gruppo di imprenditori, la maggior parte
dei quali non aveva alcuna esperienza nel settore.
E i pesanti debiti della compagnia furono
scaricati sulle spalle dei contribuenti. Ma l’operazione
non ha rimesso in sesto l’azienda. Alitalia è
di nuovo sull’orlo del fallimento e il governo ha
deciso di fare lo stesso errore del 2008. Poste italiane
fornirà ad Alitalia 75 milioni di euro di capitale.
La logica industriale che si nasconde dietro
questo matrimonio è sconcertante. Non c’è nessuna
sinergia tra una linea aerea e un vettore postale
e, dato che Poste italiane appartiene allo
stato, l’operazione puzza di aiuti di stato mascherati.
Senza contare che l’accordo non porterà
nuove competenze per aiutare Alitalia a decollare.
Una soluzione migliore sarebbe venderla a
una compagnia straniera. Air France-Klm, che
già possiede il 25 per cento di Alitalia, è una scelta
possibile.
Questo rigurgito di nazionalismo economico
getta un’ombra sulla sincerità di Enrico Letta, il
quale ha dichiarato più volte di volere attirare in
Italia più capitali stranieri. Ma la strategia scelta
da Roma per Alitalia manda il messaggio opposto.
Dire che il paese è aperto è facile, ma quello
che conta è mantenere la parola quando una
azienda straniera bussa alla porta.
Editoriale del Financial Times, da Internazionel 1022
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mercoledì 18 settembre 2013
Fare i compiti
“Le ore da svegli che i miei figli
non passano a scuola sono poco
più di quattro”, scrive la
blogger Clare Wapole sull’Hufington
Post di Chicago. “Come
genitore, non riesco a insegnargli
mentre sono a casa tutto
quello che vorrei e quindi
sarò costretta a dargli dei compiti
da svolgere nelle sette ore
che passano in classe. Le mie
lezioni s’imparano meglio se
c’è continuità con il resto della
giornata, una buona connessione
genitore/insegnante e
tutte quelle storie là. Messaggio
per le maestre: i miei igli
verranno a scuola con un cesto
di panni puliti. Stiamo lavorando
sull’autosuicienza e su come
dividere, piegare e mettere
a posto i loro vestiti. Quello
che non riusciranno a inire
prima di andare a letto lo faranno
in classe. Porteranno la
teca di vetro delle lucertole.
Senza cure costanti, muoiono.
Mia iglia verrà con una tuta di
lycra e le parallele per esercitarsi
per il corso di ginnastica
artistica e mio iglio con la sua
isarmonica. Ma soprattutto
avranno gli zaini pieni di Barbie,
giochi, biciclette, igurine
del baseball, un preparato per
torte, un albero su cui arrampicarsi.
Gli sto insegnando che
esiste un tempo per imparare e
uno per giocare, che bisogna
staccare completamente per
essere pronti a imparare di
nuovo il giorno dopo. E quattro
ore bastano a malapena, soprattutto
se devono fare i compiti”.
da Internazionale 1017
non passano a scuola sono poco
più di quattro”, scrive la
blogger Clare Wapole sull’Hufington
Post di Chicago. “Come
genitore, non riesco a insegnargli
mentre sono a casa tutto
quello che vorrei e quindi
sarò costretta a dargli dei compiti
da svolgere nelle sette ore
che passano in classe. Le mie
lezioni s’imparano meglio se
c’è continuità con il resto della
giornata, una buona connessione
genitore/insegnante e
tutte quelle storie là. Messaggio
per le maestre: i miei igli
verranno a scuola con un cesto
di panni puliti. Stiamo lavorando
sull’autosuicienza e su come
dividere, piegare e mettere
a posto i loro vestiti. Quello
che non riusciranno a inire
prima di andare a letto lo faranno
in classe. Porteranno la
teca di vetro delle lucertole.
Senza cure costanti, muoiono.
Mia iglia verrà con una tuta di
lycra e le parallele per esercitarsi
per il corso di ginnastica
artistica e mio iglio con la sua
isarmonica. Ma soprattutto
avranno gli zaini pieni di Barbie,
giochi, biciclette, igurine
del baseball, un preparato per
torte, un albero su cui arrampicarsi.
Gli sto insegnando che
esiste un tempo per imparare e
uno per giocare, che bisogna
staccare completamente per
essere pronti a imparare di
nuovo il giorno dopo. E quattro
ore bastano a malapena, soprattutto
se devono fare i compiti”.
da Internazionale 1017
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venerdì 6 settembre 2013
Futuro interrotto
L’India è una potenza globale
emergente e cavalca l’onda del bonus demografico.
O almeno così piace credere
agli indiani. In realtà, la chiave del futuro
successo indiano – la grande quantità di
giovani – è una bomba a orologeria. È una
massa crescente di ragazzi per lo più denutriti,
poco istruiti, non idonei al lavoro, che
aspirano a una vita migliore ma non hanno
i mezzi per ottenerla. Perché? Perché non
sono qualiicati per il mercato del lavoro e,
anche se lo sono, l’impiego non c’è.
La forza lavoro indiana (la popolazione
tra i 15 e i 64 anni) è costituita da 430 milioni
di persone. Di queste, solo una minima
parte ha ricevuto una vera formazione professionale.
Il settore formale, dove si concentrano
le aspirazioni, il denaro e la crescita
economica, impiega solo 30 milioni di
persone. Questo signiica che gli altri 400
milioni si muovono nel settore informale,
cioè si arrangiano. Inoltre, il 60 per cento
della popolazione attiva è occupato nel settore
agricolo, che contribuisce al pil solo
per il 18 per cento. Secondo Amitabh Kundu,
che insegna economia dello sviluppo
all’Università Jawaharlal Nehru di New
Delhi, anche se nei prossimi vent’anni si
aggiungeranno altri 480 milioni di persone
alla forza lavoro già esistente, per trasformare
questo bonus demograico in un vantaggio
economico e sociale sarà essenziale
la formazione professionale. “I giovani sono
delusi dal sistema di governo e non perdono
occasione per dimostrarlo. I movi-
menti anticorruzione guidati da Baba Ramdev,
Anna Hazare e perino le proteste di
New Delhi contro gli stupri sono il rilesso
della loro frustrazione”, spiega Kundu.
“Questa insoddisfazione provoca instabilità
politica e il nostro vantaggio generazionale
potrebbe trasformarsi in un disastro”.
da Internazionale 1015, articolo di Avalok Langer tratto da Tehelka
emergente e cavalca l’onda del bonus demografico.
O almeno così piace credere
agli indiani. In realtà, la chiave del futuro
successo indiano – la grande quantità di
giovani – è una bomba a orologeria. È una
massa crescente di ragazzi per lo più denutriti,
poco istruiti, non idonei al lavoro, che
aspirano a una vita migliore ma non hanno
i mezzi per ottenerla. Perché? Perché non
sono qualiicati per il mercato del lavoro e,
anche se lo sono, l’impiego non c’è.
La forza lavoro indiana (la popolazione
tra i 15 e i 64 anni) è costituita da 430 milioni
di persone. Di queste, solo una minima
parte ha ricevuto una vera formazione professionale.
Il settore formale, dove si concentrano
le aspirazioni, il denaro e la crescita
economica, impiega solo 30 milioni di
persone. Questo signiica che gli altri 400
milioni si muovono nel settore informale,
cioè si arrangiano. Inoltre, il 60 per cento
della popolazione attiva è occupato nel settore
agricolo, che contribuisce al pil solo
per il 18 per cento. Secondo Amitabh Kundu,
che insegna economia dello sviluppo
all’Università Jawaharlal Nehru di New
Delhi, anche se nei prossimi vent’anni si
aggiungeranno altri 480 milioni di persone
alla forza lavoro già esistente, per trasformare
questo bonus demograico in un vantaggio
economico e sociale sarà essenziale
la formazione professionale. “I giovani sono
delusi dal sistema di governo e non perdono
occasione per dimostrarlo. I movi-
menti anticorruzione guidati da Baba Ramdev,
Anna Hazare e perino le proteste di
New Delhi contro gli stupri sono il rilesso
della loro frustrazione”, spiega Kundu.
“Questa insoddisfazione provoca instabilità
politica e il nostro vantaggio generazionale
potrebbe trasformarsi in un disastro”.
da Internazionale 1015, articolo di Avalok Langer tratto da Tehelka
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lunedì 2 settembre 2013
Amici e parenti salutano Mediobanca
Negli anni ottanta, il capitalismo italiano
“era costituito da un piccolo gruppo di persone
che si congratulava con se stesso per i
propri successi e si autoperpetuava”, dice
Alan Friedman, “quel gruppo era diventato
monopolistico, oligarchico e teneva il libero
mercato e la concorrenza fuori dalla borsa
di Milano”.
da Internazionale 1015, articolo di Rachel Sanderson tratto dal New York Times
“era costituito da un piccolo gruppo di persone
che si congratulava con se stesso per i
propri successi e si autoperpetuava”, dice
Alan Friedman, “quel gruppo era diventato
monopolistico, oligarchico e teneva il libero
mercato e la concorrenza fuori dalla borsa
di Milano”.
da Internazionale 1015, articolo di Rachel Sanderson tratto dal New York Times
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giovedì 29 agosto 2013
La crisi riscalda il clima
Era un progetto emblematico: nel 2007 l’Ecuador
aveva annunciato di voler trasformare in zona
protetta il parco di Yasuní, nel bacino amazzonico,
rinunciando così a sfruttare enormi riserve di
petrolio in cambio di un impegno della comunità
internazionale a versargli su un fondo 3,6 miliardi
di dollari (2,7 miliardi di euro), cioè la metà dei
potenziali proitti petroliferi. Per preservare l’ambiente
e la Terra nasceva così un nuovo metodo:
un paese rinunciava a sfruttare certe risorse in
cambio di un riscarcimento economico della comunità
internazionale. Questa bella iniziativa è
inita. Il 15 agosto il presidente ecuadoriano Rafael
Correa ha annunciato di aver irmato il decreto
di liquidazione di questo fondo e quindi la ine del
progetto Yasuní. E ha chiesto al suo parlamento di
autorizzare lo sfruttamento dei giacimenti del
parco. Secondo Correa il fondo di compensazione
ha ricevuto solo 13,3 milioni di dollari.
La crisi mondiale non è estranea a questa situazione
e ha messo in diicoltà gli impegni di
vari paesi. Il 16 agosto la Nuova Zelanda ha annunciato
la sua rinuncia per ragioni economiche
all’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni
di gas serra di almeno il 10 per cento rispetto al
livello del 1990. Ha detto che si limiterà a una riduzione
del 5 per cento. David Cameron ha fatto
una scelta simile: in questi giorni il primo ministro
britannico ha detto varie volte che sarebbe un
“grave errore” privarsi della risorsa del gas di scisto.
I suoi argomenti: creazione di posti di lavoro
e riduzione delle bollette per le famiglie. Il gas di
scisto è una fonte di energia che produce alte
emissioni di anidride carbonica e diicilmente il
Regno Unito sarà in grado di onorare l’impegno
europeo di ridurre le emissioni di gas a efetto serra
del 20 per cento entro il 2020.
Questi segnali – sulla scia della corsa statunitense
al gas di scisto e al continuo aumento del
consumo mondiale di carbone – dimostrano il
prepotente ritorno delle energie fossili. In tempi
di crisi i governi fanno fatica a resistere ai loro interessi
immediati. Così, dopo una breve tregua,
dal 2011 le emissioni mondiali di CO2 hanno ripreso
a crescere. Cosa ci possiamo aspettare dalle
prossime fasi dei negoziati internazionali sul clima
e, in particolare, dalla conferenza che sarà
organizzata a Parigi alla ine del 2015?
Questo nuovo ciclo di discussioni dovrebbe
portare a un accordo mondiale per permettere di
contenere l’aumento medio della temperatura
del pianeta sotto i 2 gradi. Ma come arrivare a un
accordo ambizioso se la comunità internazionale
continua a mostrarsi così velleitaria e a fare scelte
energetiche in netta contraddizione con i suoi discorsi
virtuosi?
Un editoriale di Le Monde, da Internazionale 1015, da domani in edicola
aveva annunciato di voler trasformare in zona
protetta il parco di Yasuní, nel bacino amazzonico,
rinunciando così a sfruttare enormi riserve di
petrolio in cambio di un impegno della comunità
internazionale a versargli su un fondo 3,6 miliardi
di dollari (2,7 miliardi di euro), cioè la metà dei
potenziali proitti petroliferi. Per preservare l’ambiente
e la Terra nasceva così un nuovo metodo:
un paese rinunciava a sfruttare certe risorse in
cambio di un riscarcimento economico della comunità
internazionale. Questa bella iniziativa è
inita. Il 15 agosto il presidente ecuadoriano Rafael
Correa ha annunciato di aver irmato il decreto
di liquidazione di questo fondo e quindi la ine del
progetto Yasuní. E ha chiesto al suo parlamento di
autorizzare lo sfruttamento dei giacimenti del
parco. Secondo Correa il fondo di compensazione
ha ricevuto solo 13,3 milioni di dollari.
La crisi mondiale non è estranea a questa situazione
e ha messo in diicoltà gli impegni di
vari paesi. Il 16 agosto la Nuova Zelanda ha annunciato
la sua rinuncia per ragioni economiche
all’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni
di gas serra di almeno il 10 per cento rispetto al
livello del 1990. Ha detto che si limiterà a una riduzione
del 5 per cento. David Cameron ha fatto
una scelta simile: in questi giorni il primo ministro
britannico ha detto varie volte che sarebbe un
“grave errore” privarsi della risorsa del gas di scisto.
I suoi argomenti: creazione di posti di lavoro
e riduzione delle bollette per le famiglie. Il gas di
scisto è una fonte di energia che produce alte
emissioni di anidride carbonica e diicilmente il
Regno Unito sarà in grado di onorare l’impegno
europeo di ridurre le emissioni di gas a efetto serra
del 20 per cento entro il 2020.
Questi segnali – sulla scia della corsa statunitense
al gas di scisto e al continuo aumento del
consumo mondiale di carbone – dimostrano il
prepotente ritorno delle energie fossili. In tempi
di crisi i governi fanno fatica a resistere ai loro interessi
immediati. Così, dopo una breve tregua,
dal 2011 le emissioni mondiali di CO2 hanno ripreso
a crescere. Cosa ci possiamo aspettare dalle
prossime fasi dei negoziati internazionali sul clima
e, in particolare, dalla conferenza che sarà
organizzata a Parigi alla ine del 2015?
Questo nuovo ciclo di discussioni dovrebbe
portare a un accordo mondiale per permettere di
contenere l’aumento medio della temperatura
del pianeta sotto i 2 gradi. Ma come arrivare a un
accordo ambizioso se la comunità internazionale
continua a mostrarsi così velleitaria e a fare scelte
energetiche in netta contraddizione con i suoi discorsi
virtuosi?
Un editoriale di Le Monde, da Internazionale 1015, da domani in edicola
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