giovedì 29 agosto 2013

La crisi riscalda il clima

Era un progetto emblematico: nel 2007 l’Ecuador
aveva annunciato di voler trasformare in zona
protetta il parco di Yasuní, nel bacino amazzonico,
rinunciando così a sfruttare enormi riserve di
petrolio in cambio di un impegno della comunità
internazionale a versargli su un fondo 3,6 miliardi
di dollari (2,7 miliardi di euro), cioè la metà dei
potenziali proitti petroliferi. Per preservare l’ambiente
e la Terra nasceva così un nuovo metodo:
un paese rinunciava a sfruttare certe risorse in
cambio di un riscarcimento economico della comunità
internazionale. Questa bella iniziativa è
inita. Il 15 agosto il presidente ecuadoriano Rafael
Correa ha annunciato di aver irmato il decreto
di liquidazione di questo fondo e quindi la ine del
progetto Yasuní. E ha chiesto al suo parlamento di
autorizzare lo sfruttamento dei giacimenti del
parco. Secondo Correa il fondo di compensazione
ha ricevuto solo 13,3 milioni di dollari.
La crisi mondiale non è estranea a questa situazione
e ha messo in diicoltà gli impegni di
vari paesi. Il 16 agosto la Nuova Zelanda ha annunciato
la sua rinuncia per ragioni economiche
all’obiettivo di ridurre entro il 2020 le emissioni
di gas serra di almeno il 10 per cento rispetto al
livello del 1990. Ha detto che si limiterà a una riduzione
del 5 per cento. David Cameron ha fatto
una scelta simile: in questi giorni il primo ministro
britannico ha detto varie volte che sarebbe un
“grave errore” privarsi della risorsa del gas di scisto.
I suoi argomenti: creazione di posti di lavoro
e riduzione delle bollette per le famiglie. Il gas di
scisto è una fonte di energia che produce alte
emissioni di anidride carbonica e diicilmente il
Regno Unito sarà in grado di onorare l’impegno
europeo di ridurre le emissioni di gas a efetto serra
del 20 per cento entro il 2020.
Questi segnali – sulla scia della corsa statunitense
al gas di scisto e al continuo aumento del
consumo mondiale di carbone – dimostrano il
prepotente ritorno delle energie fossili. In tempi
di crisi i governi fanno fatica a resistere ai loro interessi
immediati. Così, dopo una breve tregua,
dal 2011 le emissioni mondiali di CO2 hanno ripreso
a crescere. Cosa ci possiamo aspettare dalle
prossime fasi dei negoziati internazionali sul clima
e, in particolare, dalla conferenza che sarà
organizzata a Parigi alla ine del 2015?
Questo nuovo ciclo di discussioni dovrebbe
portare a un accordo mondiale per permettere di
contenere l’aumento medio della temperatura
del pianeta sotto i 2 gradi. Ma come arrivare a un
accordo ambizioso se la comunità internazionale
continua a mostrarsi così velleitaria e a fare scelte
energetiche in netta contraddizione con i suoi discorsi
virtuosi?

Un editoriale di Le Monde, da Internazionale 1015, da domani in edicola

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