lunedì 16 febbraio 2009

Creuza de Ma

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Si diceva, a proposito di De Andre'...


Io ri-ascolto Creuza de ma per la prima volta.
Mentre sono immerso nella nebbia della Brianza, seduto al fuoco della stufa, appoggio l’orecchio e non capisco…
De Andrè… cosa è successo a Fabrizio? Da dove vengono questi suoni misteriosi, da quale ricordo provengono? Dove sono le filastrocche, che mandavo a memoria sotto la doccia? E questo strano modo di cantare, più eloquente, più umorale, più infuocato e ventoso!
Quando si cammina a lungo, o si naviga per mari lucenti e mossi, la schiena si storta un poco, le viscere si contorcono, i linguaggi si contaminano, le rughe sul viso aumentano a causa del sole all’orizzonte.
Poi, ad un certo punto si sente il bisogno di fermarsi, di sedere e mettere casa. E non importa se ci si trova in Sardegna o a Genova. L’importante è poter raccogliere le forze e le idee, e magari scrivere qualche musica e ritrovare un canto nuovo.
Creuza de ma è il canto del mare e del sole. Della sessualità infuocata – come sono seducenti e vive queste canzoni!
Crueza de ma è la retorica dell’ostrica, una conchiglia anonima e fangosa a nascondere una perla.
De Andre' poteva celebrare in tanti modi Genova e le terre di confine. Poteva descrivercele come si fa con la propria madre, con dolcezza e candore. O come la propria troia, con desiderio e colpa. O come il proprio padre, duro e rigoroso. O come la propria promessa di vita, speranzosa e bugiarda.
Sono tutti punti di vista diversi, che Fabrizio ci restituisce senza pudore. Con evocazione e brevità. Sembrano sculture di ceramica refrattaria. Con quel sole che ne esalta la lucentezza o quella luna che ci mostra l’ombra dei solchi.
Sono troppe le idee che non smettono di sorprendere, in queste brevi, poche canzoni. Che spiazzano e confondono, ma arrivano al cuore, come le onde alla riva.
È un ritorno, come l’eterno ritorno del mare, con le sue tradizioni, con le sue risacche culturali, con le sue onomatopee, con i suoi strumenti di legno e pelle di pecora.
Forse, con l’orecchio e la testa di oggi, testa da cd, si vorrebbe che quel disco fosse un po’ più lungo, con un po’ più di respiro, un po’ più di musica senza voce. Che si potessero trovare nuovi riferimenti e nuovi appoggi su quelle danze rituali, senza per questo dimenticare che sono canzoni.

Noi che proviamo a scriverne, di canzoni d’autore, potremmo chiederci a che punto siamo. Se stiamo andando avanti o tornando indietro. Se abbiamo bisogno davvero del primo-quarto-quinto primo con una chitarra scordata, o se la semplicità non stia piuttosto nell’idea, limpida e spietata, che nasce dal desiderio e dalla memoria e il resto non sia altro che pigrizia e ignoranza. Perché la musica e la creazione sono fatica, ricerca, mal di testa a caccia della nota giusta, della parola giusta.
E la risposta non è nella musica etnica. Come non è in Satie. La risposta è nelle esperienze di vita di tutti i giorni. Nelle emozioni che ci percorrono come conduttori elettrici.
La vicinanza con il centro del mondo, con il suo fuoco, e con la nostra vera voce.
Lasciando da parte il narcisismo, dovremmo davvero chiederci dove siamo. A che punto siamo e dove vogliamo andare.
Forse ri-ascoltando Creuza de ma per la prima volta, potremmo trovare qualche risposta.

In cima al tetto di quella casa bianca sembra trovarsi un’altra casa, appoggiata a una collina di sabbia. Questa è Creuza de ma…
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