mercoledì 15 febbraio 2012

Il potere disciplinare e la scuola

compagni, di akab

Ritorno sul tema della scuola, prendendo spunto dalla concettualizzazione di potere disciplinare espressa dal filosofo Michel Foucault nelle sue lezioni sul potere psichiatrico (Il potere psichiatrico, ed. Feltrinelli). L'istituzione scolastica occidentale risponde ancora, per molti versi, a questo dispositivo di potere, con le sue diverse implicazioni.
Ecco come Foucault descrive il potere disciplinare, soffermandosi, in un passaggio, sulla disciplina scolastica:

Primo, il potere disciplinare esercita una pressione continua che verte non tanto sull’errore, sulla colpa o sul danno, bensì sulla potenzialità del comportamento. Ancor prima che il gesto sia compiuto, deve essere possibile identificare qualcosa, e il potere disciplinare deve intervenire, ma intervenire in un certo senso prima della stessa manifestazione del comportamento, prima del corpo, del gesto o del discorso, a livello di virtualità, della disposizione, della volontà, a livello di quello che potremmo chiamare l’anima. [...]
Secondo, il potere disciplinare ha un carattere panottico: vedere tutto, ininterrottamente, tutti quanti. Esige l’organizzazione di una polarità genetica del tempo; esige che si proceda, inoltre, a un’individualizzazione centralizzata che ha come supporto e come strumento la scrittura; implica, infine, un’azione punitiva e continua sulle virtualità del comportamento che proietta così, dietro il corpo in quanto tale, quella che potremmo chiamare una psiche.
Terzo, il potere disciplinare è isotopico, o per lo meno tende all’isotopia. Ogni elemento di un dispositivo disciplinare occupa un posto ben determinato: è subordinato ad alcuni elementi, e a sua volta ne subordina a sé altri. […] Ma isotopia vuol dire, soprattutto,un’altra cosa, e cioè il fatto che, nel sistema disciplinare, il principio di distribuzione e classificazione di tutti gli elementi implica necessariamente qualcosa come un residuo, e dunque che c’è sempre qualcosa che potremmo definire come l’ “inclassificabile”. […] A fare da ostacolo [ai dispositivi disciplinari] sarà il residuo, l’irriducibile, l’inclassificabile, l’inassimilabile.
[…] È a partire dal momento in cui si impone la disciplina scolastica che vediamo apparire qualcosa come il debole di mente. È solo in rapporto a questa disciplina che potrà esistere un soggetto a essa irriducibile. Colui che non impara a leggere e a scrivere, infatti, comincerà a emergere come un problema, un limite, solo a partire dal momento in cui la scuola segue uno schema disciplinare. […]
In breve, il potere disciplinare presenta questa duplice proprietà di essere anomizzante, vale a dire di ridurre costantemente ai margini un certo numero di individui, di produrre anomia, di far emergere dell’irriducibilità, e al contempo di essere sempre normalizzatore, di inventare sempre nuovi sistemi di recupero, di ristabilire ogni volta, di nuovo, la regola. A caratterizzare il potere disciplinare, insomma, è un perpetuo lavoro della norma all’interno dell’anomia. […] Potremmo dire che il potere disciplinare ha come proprietà senza dubbio fondamentale quella di fabbricare corpi assoggettati e di applicare appunto la funzione-soggetto al corpo. Esso fabbrica, distribuisce, corpi assoggettati. È individualizzante, [ma solo nel senso che] l’individuo [non] è altro che il corpo assoggettato […], imprigionato all’interno di un sistema di sorveglianza e sottomesso a una serie di procedure di normalizzazione. 
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