mercoledì 10 settembre 2014

Il mio amico Stefano ed io

Ieri sera il mio amico Stefano ed io siamo usciti a cena. Ci siamo incontrati, abbracciati, chiacchierati addosso. Apprezzo di Stefano il suo ragionamento ampio, aperto e profondo. Anche umile, gentile nei modi. Suoniamo insieme da più di un decennio, lui sassofonista, e siamo compagni di viaggio da allora.

Tra le tante cose, abbiamo condiviso una serie di riflessioni sul concetto di impermanenza e di non-nascita e non-morte, secondo la terminologia buddhista. Puoi pensare, mi dice, di sostenere che esista una cosa come la morte, quando il nostro DNA contiene l'eredità di infinite vite e proseguirà in infinite vite?
C'è uno scarto, ammetto, tra quella che è una comprensione intellettuale della non-nascita e non-morte (che richiede comunque un passaggio interiore importante), e quella che è una comprensione intuitiva profonda.
Di seguito posto le parole di Thich Nhat Hanh, dal libro Paura (Macro ed.), che meglio di chiunque altro spiega questo concetto.












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