lunedì 23 dicembre 2013

Amazon - Concorrenza Sleale

Il nostro desiderio insaziabile di prodotti
scontati, consegnati a domicilio in modo
veloce ed efficiente, ha un prezzo. Il problema
è che non abbiamo ancora capito
qual è. Sono le tasse, ovviamente, che finanziano
le strade su cui viaggiano i camion
di Amazon, le scuole dove studiano i
loro dipendenti, gli ospedali dove nascono
i loro figli e dove forse, un giorno, saranno
curati prima di morire. Tasse pagate da tutti
i lavoratori e che l’azienda, come è emerso
nel 2012, tende a eludere. Su un fatturato
di 4,2 miliardi di sterline, nel 2012 Amazon
ha pagato solo 3,2 milioni di imposta sulle
attività produttive. Nel 2006 l’azienda ha
spostato la sede dal Regno Unito al Lussemburgo
e ha riclassificato la sua attività
nel Regno Unito come semplice “evasione
degli ordini”. Nella sede in Lussemburgo
lavorano 380 persone. Nel Regno Unito
circa 21mila. Fate voi i conti.
Secondo Brad Stone, l’elusione iscale è
nel dna dell’azienda. Fin dall’inizio Amazon
è stata “costituzionalmente orientata a
garantire ogni possibile vantaggio ai suoi
clienti ofrendo i più bassi prezzi possibili,
sfruttando tutte le scappatoie iscali conosciute
o creandone di nuove”. Lo sa bene
Mark Constantine, uno dei fondatori della
catena di cosmetici Lush. Constantine non
vuole vendere attraverso Amazon, ma questo
non impedisce all’azienda di Bezos di
sfruttare il marchio di Lush per attirare
clienti sul suo sito e consigliare prodotti
alternativi. “È un modo per intimidire le
aziende e costringerle a usare i loro servizi.
E noi ci siamo rifiutati. Ci siamo rivolti
all’alta corte e li abbiamo denunciati per
violazione del marchio. Abbiamo già speso
mezzo milione di sterline per difendere la
nostra azienda. La maggior parte delle imprese
non può permetterselo. Noi l’abbiamo
fatto per una questione di principio.
Continuano a forzare la mano ma il loro
modello di impresa non è sostenibile. Riescono
ad andare avanti solo perché non
pagano le tasse. Se fossero costretti a seguire
il modello convenzionale sarebbero
in diicoltà”. Conclude Constantine: “La
loro è una forma di capitalismo pirata. Assaltano
i paesi dei loro clienti, portano via i
soldi e li nascondono dove gli conviene.
Non è business in senso tradizionale. È il
ritorno a una forma di capitalismo predatorio
che ci riporta a un secolo fa, quando
abbiamo deciso collettivamente di lasciarcelo
alle spalle”.
da Internazionale 1031, del 20 dicembre 2013
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