giovedì 26 settembre 2013

Dialogo con nonno Guglielmo

Ciao nonno Guglielmo.
Siamo qui. Io e te. Per la prima volta.
Te ne sei andato prima che arrivassi io. Mi hanno dato il tuo nome.
Quanto è stata presente la tua assenza?
Oggi ti sei personificato, intorno a questa domanda.
Il tuo nome. Un’eredità, un simbolo.
Un ruolo?

Il mio tema, in questo momento, in tutta la vita, è quello della paura dell'abbandono.
Il portato di mia mamma, come ho sempre pensato, o di mio papà?
La tua scomparsa può aver generato un nodo di paura in mio padre, che mi è stato consegnato nella sua interezza alla nascita? È forse da qui che arriva il messaggio che spesso mi risuona in testa: non hai il diritto di essere felice, perché in un attimo può essere tutto spazzato via?
L’impermanenza come condizione di vita rappresenta il rasserenamento, come prevede il buddhismo, o una maledizione?
Ci sono tante cose di cui dobbiamo parlare, caro nonno. Quindi, come già sai, ti porto un po’ con me.
Bert Hellinger mi ha insegnato una bella modalità: tenerti vicino nelle situazioni difficili. Per questo è tutto il giorno che parliamo. È tutto il giorno che ti guardo e vedo solo i tuoi baffoni. Perché di te conosco solo tre cose: i baffoni, la bicicletta che usavi per andare al lavoro, le forbici da barbiere.
Sarà tutto vero o solo immaginazione? Avrei voluto incontrarti davvero.
Capisci quanto è importante la tua assenza? Vedi quante domande che hai lasciato?
Un giorno mi parlerai della tua Sicilia. 
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